Apr 17, 2026 | Millepiedi
Il Parco e la transizione ecologica
Un Parco nasce per tutelare un territorio fragile.
La sua funzione, secondo la normativa sulle aree protette, è quella di conservare gli ecosistemi, proteggere gli habitat e garantire l’equilibrio tra attività umane e patrimonio naturale.
Per molti anni questa è stata anche l’immagine pubblica del Parco: sentieri, regolamenti, vincoli di tutela, attività di educazione ambientale. Un’istituzione chiamata soprattutto a vigilare e proteggere un territorio particolarmente delicato.
Negli ultimi anni, tuttavia, il contesto delle politiche ambientali europee e nazionali è cambiato.
Il Green Deal europeo e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza hanno introdotto nuovi strumenti e nuovi investimenti legati alla transizione energetica. Nei documenti programmatici compaiono sempre più spesso termini come ricerca, sperimentazione tecnologica, innovazione energetica e produzione di energia rinnovabile.
In questo quadro il Parco ha iniziato ad affiancare alla propria missione tradizionale anche un ruolo di laboratorio territoriale per progetti di innovazione ambientale.
Il progetto Millepiedi si colloca in questo contesto: un sistema di produzione energetica dal moto ondoso integrato in una struttura portuale esistente. Un’iniziativa che combina infrastruttura tecnica e sperimentazione energetica.
Questo orientamento rappresenta un’evoluzione significativa nel modo in cui l’ente interpreta il proprio ruolo nelle politiche di transizione ecologica.
Il contesto istituzionale
Come accade spesso nei progetti complessi finanziati con risorse pubbliche, le strutture amministrative cambiano nel tempo, mentre le politiche territoriali mantengono una continuità più ampia.
Le amministrazioni pubbliche hanno progressivamente enfatizzato la capacità di attrarre investimenti, intercettare fondi europei e promuovere iniziative legate all’innovazione ambientale.
In questo contesto il Parco può assumere una funzione istituzionale più ampia, partecipando a strategie territoriali orientate alla sostenibilità e alla transizione energetica.
Questa evoluzione, tuttavia, richiede una costante verifica di coerenza tra le nuove funzioni e la missione originaria di tutela del territorio.
Le dune
Nel territorio del Parco esistono ecosistemi particolarmente fragili, tra cui il sistema dunale di Porticciolo.
Si tratta di un ambiente inserito nella rete europea Natura 2000, caratterizzato dalla presenza di habitat di interesse comunitario e di specie vegetali rare, tra cui Anchusa crispa.
Nel tempo sono stati segnalati interventi e attività che avrebbero inciso sull’equilibrio del sistema dunale: concessioni balneari, opere temporanee, lavori per sottoservizi e altri interventi sul territorio.
Secondo quanto riportato in una segnalazione dettagliata, tali interventi avrebbero progressivamente inciso sull’integrità del compendio dunale (22).
Il tema riguarda quindi anche il rapporto tra politiche di innovazione e capacità di garantire una tutela effettiva degli ecosistemi più sensibili.
Innovazione e tutela
Nel dibattito pubblico emergono spesso due dimensioni diverse.
Da un lato la promozione di progetti legati all’energia rinnovabile e all’innovazione tecnologica.
Dall’altro la tutela concreta degli ecosistemi locali, che richiede attenzione continua e tempi di conservazione molto lunghi.
Non si tratta necessariamente di una contrapposizione tra ambiente ed energia. Piuttosto di una possibile tensione tra ambizione strategica e tutela quotidiana del territorio.
Un Parco può certamente partecipare alle politiche di innovazione ambientale. Ma la credibilità di questa evoluzione dipende dalla capacità di mantenere elevati standard di protezione degli ecosistemi che è chiamato a custodire.
Il tempo della natura
I progetti finanziati con fondi europei hanno scadenze, programmi e obiettivi temporali definiti.
Gli ecosistemi naturali seguono tempi diversi.
Un sistema dunale alterato può impiegare molti anni per recuperare il proprio equilibrio. Una specie vegetale rara può richiedere condizioni ambientali molto specifiche per sopravvivere.
Per questo la sostenibilità delle politiche ambientali non può essere valutata esclusivamente sulla base delle infrastrutture realizzate o delle tecnologie installate. Deve essere misurata anche nella capacità di preservare nel tempo gli equilibri naturali del territorio.
Nel quadro normativo che disciplina le aree naturali protette, il Parco nasce innanzitutto come ente di tutela e gestione ambientale. Le sue competenze riguardano la conservazione degli ecosistemi, la pianificazione territoriale, la vigilanza e la promozione di attività compatibili con la protezione della natura.
Non dispone invece, per propria natura istituzionale, di strumenti tecnici, industriali o organizzativi propri per operare direttamente nel settore della produzione energetica o dello sviluppo di tecnologie rinnovabili.
Quando un ente con questa missione partecipa a iniziative legate alla transizione energetica, diventa quindi essenziale mantenere un equilibrio chiaro tra innovazione e responsabilità istituzionale.
La transizione ecologica rappresenta senza dubbio una grande opportunità. Ma per un’area protetta la credibilità di questo percorso dipende dalla capacità di rimanere coerente con la propria funzione originaria: la tutela effettiva del territorio.
Le tecnologie cambiano.
I programmi europei si succedono.
Le stagioni amministrative si alternano.
Gli ecosistemi, invece, richiedono continuità.
Per questo la vera misura di progetti come Millepiedi non si trova soltanto nelle tecnologie installate, ma nella capacità di rafforzare — e non indebolire — la tutela del territorio che un’area protetta è chiamata a custodire.
La misura della coerenza
Otto capitoli.
Un solo filo.
Un progetto che prende forma negli atti, cresce nelle decisioni e diventa infrastruttura finanziata con risorse europee.
Non è il racconto di un illecito.
È il racconto di un metodo.
Un metodo che, nel caso di un’area naturale protetta, incrocia due esigenze: innovare e tutelare.
Qui sta il punto.
Perché la transizione energetica non è solo una questione di tecnologie.
È una questione di coerenza.
Tra ciò che un ente è chiamato a fare
e ciò che sceglie di diventare.
Il caso Millepiedi non chiude una storia.
Apre una domanda.
Punta Giglio Libera. Ridiamo Vita al Parco
Allegati:
Apr 14, 2026 | Millepiedi
Quando basta cambiare nome a un appalto per spegnere i controlli
Il caso Millepiedi non racconta un illecito conclamato. Racconta un metodo.
Un’opera complessa, tecnologica e rischiosa, finanziata con fondi PNRR, viene trattata come una semplice “fornitura”. Così saltano i controlli più stringenti: qualificazione SOA, limiti all’avvalimento, verifiche ANAC sulla congruità e sulla concorrenza.
La consultazione di mercato non apre il confronto, l’infungibilità diventa una scorciatoia, la gara una formalità.
L’effetto complessivo delle scelte procedurali è un alleggerimento dei presìdi di controllo previsti per appalti qualificati come lavori…
Ed è qui il problema. Perché se basta cambiare etichetta a un’opera per alleggerire i controlli, allora il rischio dell’innovazione resta pubblico, mentre il controllo diventa opzionale.
Il PNRR chiede velocità, ma soprattutto metodo.
E questo metodo dovrebbe preoccupare tutti.
Un bando su misura
Come il Parco ha costruito una procedura che, nella configurazione adottata, ha ristretto significativamente il numero potenziale di operatori economici partecipanti.
Non serve dimostrare una volontà. Basta seguire gli atti.
Nel caso del progetto Millepiedi, la procedura di gara non nasce aperta e poi si restringe. Nasce già impostata, e ogni passaggio successivo contribuisce a confermare una sola traiettoria possibile: l’aggiudicazione a GICA Srl.
Formalmente, tutto avviene nel rispetto delle norme.
Sostanzialmente, la procedura viene costruita in modo tale da eludere i controlli più stringenti e ridurre al minimo la platea dei potenziali concorrenti.
Il primo snodo è la qualificazione dell’appalto.
Da opera complessa a “fornitura”
L’intervento riguarda:
- la progettazione di dettaglio;
- la realizzazione “su misura” di una macchina;
- la posa in opera su una diga foranea;
- l’integrazione con impianti idraulici, elettrici ed elettronici;
- la manutenzione e conduzione dell’impianto.
Eppure il Parco qualifica l’intervento come “appalto misto di forniture prevalenti e servizi”, e non come appalto di lavori.
È una scelta decisiva. Perché se l’appalto fosse stato correttamente qualificato come lavori, sarebbe scattato l’obbligo di:
- attestazione SOA;
- requisiti tecnico–professionali stringenti;
- controlli ANAC più penetranti;
- limiti severi all’avvalimento.
Classificandolo come “fornitura”, tutto questo scompare. Non è un dettaglio tecnico. È la chiave che apre tutte le porte successive.
La consultazione di mercato che non poteva funzionare
Il Parco pubblica un avviso di consultazione preliminare di mercato (16). Nessuno risponde (17).
Ma l’avviso presenta una caratteristica decisiva: non consente l’avvalimento.
In altre parole:
- gli operatori potenzialmente interessati non possono compensare carenze di requisiti;
- il campo viene ristretto artificialmente.
Subito dopo, però, accade qualcosa di significativo.
Quando la procedura diventa negoziata ed è rivolta a un solo operatore, l’avvalimento ricompare.
Ed è ammesso solo per GICA (18).
L’asimmetria è evidente:
- nella fase “aperta”, niente avvalimento;
- nella fase “chiusa”, avvalimento totale.
Il risultato è una par condicio rovesciata.
L’infungibilità come scorciatoia
A valle della consultazione deserta, il Parco dichiara l’infungibilità della fornitura (19).
Non perché siano state valutate alternative tecniche comparabili.
Ma perché la tecnologia è già stata scelta.
L’infungibilità non è il punto di partenza.
È il punto di arrivo di un percorso che ha già escluso il confronto competitivo.
Da quel momento, la procedura negoziata diventa un passaggio formale.
L’avvalimento che aggira i limiti di legge
Secondo la normativa, per opere super–specialistiche:
- l’avvalimento è ammesso solo fino al 10%;
- la qualificazione SOA è essenziale;
- la capacità produttiva deve essere interna o adeguatamente certificata.
Nel caso Millepiedi accade l’opposto.
GICA:
- non ha attestazione SOA;
- ha un organico ridottissimo;
- non dispone di uno stabilimento produttivo.
L’intero impianto viene quindi “coperto” tramite avvalimento al 100%, appoggiandosi a una ditta ausiliaria che, a sua volta, non possiede una SOA adeguata all’importo dei lavori.
Se l’appalto fosse stato qualificato come “lavori”, questo scenario sarebbe stato impossibile.
Il prezzo senza prezzo
Il quadro economico dell’intervento — due sole pagine — indica un importo di quasi un milione di euro per la “fornitura e posa in opera”, ma non spiega come si sia arrivati a quel prezzo (20).
Nessuna analisi comparativa.
Nessun riferimento a prezziari.
Nessuna verifica di congruità strutturata.
Un altro elemento che, in un appalto di lavori, avrebbe richiesto controlli più stringenti.
Il disegno che emerge
Presi singolarmente, questi elementi possono apparire discutibili. Presi insieme, disegnano un quadro coerente.
Ogni scelta amministrativa va nella stessa direzione:
- evitare la qualificazione come appalto di lavori;
- evitare l’obbligo di SOA;
- evitare i limiti all’avvalimento;
- evitare il confronto competitivo;
- evitare i controlli più incisivi di ANAC.
Il risultato finale non è solo l’aggiudicazione a GICA.
È un bando che solo GICA poteva vincere, così come costruito.
Non serve parlare di intenzioni. Bastano gli atti.
Gli atti convergono verso una configurazione procedurale che ha ridotto in modo significativo i vincoli e il confronto competitivo
Ed è qui che lo speciale trova il suo centro.
Ma per comprendere fino in fondo la struttura della procedura, è necessario considerare anche la sequenza degli atti amministrativi e il contesto complessivo in cui essa si inserisce.
Accordo, tecnologia e tempi: una questione di coerenza
L’accordo di cooperazione tra enti pubblici (Parco di Porto Conte e Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna), ai sensi dell’art. 15 della legge 7 agosto 1990, n. 241, rappresenta uno strumento volto a disciplinare forme di collaborazione istituzionale finalizzate al perseguimento di interessi pubblici comuni, attraverso l’impiego di risorse, competenze e attività riconducibili alle amministrazioni coinvolte.
Nel caso in esame, l’accordo disciplina l’attuazione del progetto “Millepiedi”, finanziato nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) (21), e avente ad oggetto la realizzazione di una prima applicazione industriale di un impianto per la produzione di energia dal moto ondoso, da installarsi in una infrastruttura portuale esistente.
Dall’analisi del contenuto dell’accordo emergono tuttavia alcuni elementi che meritano particolare attenzione sotto il profilo della coerenza con i presupposti propri della cooperazione tra enti pubblici.
In primo luogo, la natura dell’intervento — qualificato come “prima applicazione industriale” con installazione in situ — implica la disponibilità di competenze tecnico-ingegneristiche avanzate, capacità realizzative e tecnologie specifiche, non riconducibili alle funzioni ordinarie degli enti pubblici firmatari.
In secondo luogo, l’accordo richiama espressamente la collaborazione con un soggetto privato, detentore di un brevetto europeo relativo alla tecnologia di captazione dell’energia dal moto ondoso, nonché la necessità di rispettare accordi già in essere con tale soggetto ai fini della gestione e valorizzazione dei risultati del progetto.
Tale circostanza evidenzia come la realizzazione dell’intervento risulti, nella sua sostanza, strettamente connessa alla disponibilità di una tecnologia non pubblica, la cui titolarità e controllo non appartengono alle amministrazioni coinvolte nell’accordo.
Ulteriore elemento rilevante è rappresentato dalla previsione, all’interno dell’accordo, di procedure di affidamento per la fornitura dell’impianto e dei servizi connessi, nonché dalla contrattualizzazione di operatori economici per l’esecuzione delle attività previste. Ciò conferma che una parte significativa dell’attuazione dell’intervento non è svolta direttamente dagli enti pubblici, ma richiede il coinvolgimento di soggetti esterni.
Alla luce di tali elementi, si pone una questione di coerenza tra:
- la qualificazione dello strumento utilizzato, configurato come accordo di cooperazione tra enti pubblici ai sensi dell’art. 15 della legge 241/1990
- e la natura effettiva dell’intervento, che appare strutturalmente dipendente da un apporto tecnologico e operativo esterno di natura economica
Questa valutazione assume particolare rilievo in considerazione del fatto che l’intervento è finanziato con risorse del PNRR, che richiedono il rispetto di principi stringenti di trasparenza, tracciabilità e corretto utilizzo degli strumenti amministrativi, soprattutto nei casi in cui siano coinvolti operatori economici o tecnologie proprietarie.
Sequenza temporale e funzione della consultazione preliminare
Un ulteriore elemento di rilievo emerge dal confronto tra le tempistiche degli atti amministrativi connessi all’intervento.
L’accordo di cooperazione tra le Parti risulta sottoscritto in data 28 giugno 2024, mentre la consultazione preliminare di mercato è stata avviata con determina del 20 settembre 2024 (16).
La consultazione interviene quindi in un momento successivo alla definizione dell’assetto progettuale, che risulta già delineato nei suoi elementi essenziali, inclusa la natura dell’impianto, la configurazione tecnica dell’intervento e il coinvolgimento di una tecnologia brevettata detenuta da un operatore economico specifico.
Nel medesimo avviso di consultazione si fa infatti esplicito riferimento alla società GICA Srl quale detentrice dei diritti di esclusiva sulla tecnologia oggetto dell’intervento, prospettando la possibilità di ricorrere a una procedura negoziata con il medesimo operatore in caso di assenza di soluzioni alternative.
In tale contesto, la funzione della consultazione preliminare — che, secondo la normativa vigente, dovrebbe consentire alla stazione appaltante di esplorare il mercato e verificare l’esistenza di soluzioni alternative prima della definizione delle modalità di affidamento — appare collocata in una fase successiva rispetto alla strutturazione dell’intervento.
Ciò pone una questione in merito al ruolo effettivo della consultazione, che rischia di assumere una funzione prevalentemente ricognitiva, piuttosto che orientativa, rispetto a scelte già sostanzialmente definite.
La questione non attiene alla legittimità dell’innovazione tecnologica né alla possibilità per enti pubblici di partecipare a progetti di transizione energetica.
Riguarda piuttosto la corretta individuazione dello strumento amministrativo più idoneo a disciplinare interventi che, per loro natura, implicano il coinvolgimento determinante di soggetti terzi.
In tale prospettiva, l’analisi condotta evidenzia l’opportunità di un approfondimento ulteriore volto a verificare se l’accordo di cooperazione tra enti pubblici, così come configurato, sia pienamente coerente con i presupposti normativi dell’art. 15 della legge 241/1990 e con i principi che regolano l’impiego delle risorse del PNRR.
Il punto, quindi, non è soltanto quale procedura sia stata utilizzata.
È il contesto in cui quella procedura prende forma.
Quando un progetto è strutturato attorno a una tecnologia specifica e a un operatore già individuato, la scelta dello strumento amministrativo diventa parte integrante del risultato.
Ed è lì che si decide davvero chi può partecipare.
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Apr 10, 2026 | Millepiedi
Quando un progetto finanziato con fondi europei entra nella fase operativa, entra in gioco un altro livello: quello dei controlli.
Nel sistema del PNRR la verifica non riguarda soltanto il risultato finale.
Gli organismi di controllo guardano soprattutto al metodo con cui le decisioni sono state prese.
Ed è in questa prospettiva che il caso Millepiedi assume un significato che va oltre il singolo progetto.
Controlli, PNRR e responsabilità: quando il rischio diventa pubblico
Finché un progetto è sulla carta, tutto regge. Delibere, convenzioni, affidamenti: ogni passaggio ha la sua forma, il suo timbro, la sua motivazione. Il problema comincia quando il progetto entra nella fase dei controlli. È lì che l’innovazione smette di essere una promessa e diventa una responsabilità.
Nel caso Millepiedi, le prime puntate hanno ricostruito il percorso e l’assetto istituzionale. Resta l’ultimo livello, quello che non dipende più dalla narrazione ma dai fatti: cosa succede quando un progetto sperimentale, finanziato con fondi PNRR, viene guardato non per ciò che promette, ma per come è stato governato.
Nel sistema PNRR il controllo non è un evento finale, né una sanzione eventuale. È un processo continuo. Non si limita a chiedere se un impianto funzioni, ma entra nel merito delle scelte che lo hanno reso possibile. Chi controlla non guarda solo il risultato. Guarda il metodo.
Ed è qui che Millepiedi diventa interessante.
Perché anche nel migliore degli scenari — quello in cui l’impianto produce energia in modo stabile e i dati confermano le stime — resterebbe una domanda aperta: il successo ex post basta a sanare le fragilità ex ante?
Nel PNRR la risposta tende a essere no.
Gli organismi di verifica valutano se le decisioni iniziali fossero adeguatamente istruite, se il rischio tecnologico fosse proporzionato alle risorse impegnate, se gli obiettivi dichiarati fossero coerenti con gli strumenti scelti. Un progetto può anche funzionare, ma restare metodologicamente debole.
C’è poi lo scenario intermedio, il più frequente nei progetti sperimentali: funzionamento parziale, prestazioni inferiori alle attese, discontinuità operative. Qui il discrimine non è tecnico, ma politico-amministrativo.
Se il rischio era noto, esplicitato e accettato consapevolmente, il progetto resta difendibile. Se invece il rischio è stato sottovalutato, o trasferito implicitamente sul soggetto pubblico, il quadro cambia.
Infine c’è lo scenario più delicato: l’impianto non produce risultati significativi.
Nel mondo della ricerca non sarebbe uno scandalo. Nel PNRR può diventarlo. Non per il fallimento in sé, ma per aver trasformato una sperimentazione in infrastruttura senza un momento chiaro di verifica e certificazione.
Ed è qui che i controlli si concentrano sempre sugli stessi nodi.
C’è stata un’istruttoria tecnica indipendente? Il soggetto responsabile disponeva di competenze interne adeguate? Le responsabilità erano chiare o frammentate? Gli strumenti di affidamento erano coerenti con la natura sperimentale del progetto? La gestione del know-how e dei dati era trasparente e accessibile?
Nel caso Millepiedi, questi nodi non emergono come irregolarità manifeste. Non c’è il colpo di scena, non c’è l’atto clamorosamente illegittimo. C’è qualcosa di più sottile — e più pericoloso: una configurazione istituzionale che potrebbe generare criticità.
Il progetto procede, gli atti si accumulano, le responsabilità si distribuiscono lungo una filiera in cui nessun soggetto sembra avere, da solo, il controllo pieno del rischio. Il Parco risponde amministrativamente, ma non governa il contesto infrastrutturale. L’Autorità portuale governa l’infrastruttura, ma non la tecnologia. L’operatore privato concentra il know-how, ma non il rischio finanziario.
Una parte significativa del rischio sembra ricadere sul soggetto pubblico. Ed è proprio questo che i controlli PNRR sono chiamati a intercettare.
Il caso Millepiedi non racconta uno scandalo già scritto. Racconta un metodo che espone il sistema pubblico a interrogativi seri quando l’innovazione corre più veloce delle competenze che dovrebbero governarla.
La lezione che emerge va oltre Porto Torres.
La prima è che l’innovazione pubblica non può essere gestita con gli stessi strumenti delle opere ordinarie. Progetti ad alta complessità tecnologica richiedono presìdi tecnici dedicati, indipendenti e riconoscibili.
La seconda è che la chiarezza dei ruoli non è un orpello burocratico, ma una forma di tutela preventiva.
La terza è che monitorare non significa verificare: controllare i risultati senza interrogare le scelte che li producono equivale a rinunciare al governo del rischio.
Alla fine, il punto non è se Millepiedi funzionerà. Il punto è se il metodo adottato per realizzarlo possa diventare un modello replicabile senza generare nuove zone grigie.
Il PNRR è un’occasione irripetibile. Proprio per questo, ogni progetto racconta qualcosa che va oltre sé stesso.
Millepiedi racconta quanto sia sottile il confine tra fiducia nell’innovazione e rinuncia al controllo.
E forse la lezione più scomoda è questa:
nell’innovazione pubblica non conta solo ciò che viene costruito, ma come viene deciso di assumere il rischio di costruirlo.
Apr 7, 2026 | Millepiedi
Con l’ingresso del progetto Millepiedi nel programma PNRR – Green Ports, cambia il livello della vicenda.
Non si parla più soltanto di tecnologia o di sperimentazione.
Entra in gioco la struttura amministrativa chiamata a governare l’intervento.
Al centro di questo passaggio si trova il Parco Naturale Regionale di Porto Conte, che assume la responsabilità amministrativa di una parte decisiva del progetto.
Il Parco al centro della macchina
Quando il progetto Millepiedi entra nel PNRR, il Parco di Porto Conte non è più soltanto il luogo da cui tutto è partito. Diventa un ingranaggio centrale. È il Parco che bandisce la gara per la componente impiantistica, che stipula i contratti, che gestisce le procedure, che risponde degli atti. Eppure, l’impianto non sorgerà nel Parco, né servirà direttamente le sue strutture.
Il contesto è un altro: il porto industriale di Porto Torres. Il titolare dell’infrastruttura è un altro soggetto: l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna.
Il Parco si colloca così in una posizione inedita e delicata: intermediario operativo tra chi governa l’infrastruttura e chi realizza l’impianto. Un ruolo che non è neutro e che solleva interrogativi che vanno oltre la singola procedura di gara.
Formalmente l’assetto appare legittimo; la configurazione istituzionale presenta tuttavia elementi non usuali.
Il Parco assume la responsabilità amministrativa diretta di una parte cruciale di un’opera portuale sperimentale ad alta complessità tecnologica, senza essere né il fruitore finale dell’impianto né il soggetto che controlla il contesto infrastrutturale in cui l’opera viene inserita.
Questo disegna una catena decisionale fragile. Da un lato, l’Autorità portuale definisce il quadro strategico e infrastrutturale. Dall’altro, l’operatore economico privato concentra competenze tecniche e know-how sull’impianto. In mezzo, il Parco risponde degli atti, ma non governa pienamente né l’uno né l’altro.
Il punto non è la buona fede degli attori coinvolti. È la sostenibilità istituzionale del modello.
Il Parco di Porto Conte non nasce come ente tecnico-infrastrutturale. La sua missione è la tutela ambientale, la gestione del territorio, la valorizzazione delle risorse naturali. Non dispone ordinariamente di una struttura interna paragonabile a quella di un’Autorità portuale, né di professionalità pensate per presidiare opere sperimentali ad alta intensità tecnologica.
Eppure, nel progetto Millepiedi, è chiamato a svolgere un ruolo che va ben oltre la funzione ambientale o di coordinamento.
Questo squilibrio emerge con chiarezza quando si guarda al tema del controllo.
L’attività di monitoraggio del progetto viene affidata a una figura con formazione archeologica (15 – 15a – 15b). Il dato non è personale, né professionale. È istituzionale. In un progetto che si fonda su una tecnologia energetica sperimentale, la scelta di non richiedere competenze ingegneristiche o impiantistiche per il monitoraggio indica che il controllo pubblico è concepito più come verifica formale dei risultati dichiarati che come valutazione tecnica delle soluzioni adottate.
In altre parole, il presidio pubblico si colloca a valle, non a monte del processo.
Interviene sui dati prodotti, ma non entra nella “scatola nera” tecnologica: progettazione, prestazioni reali, margini di rischio.
Con l’affidamento dell’incarico di monitoraggio e la chiusura del ciclo di rendicontazione, il Parco completa l’intera filiera amministrativa del progetto Millepiedi. Ma lo fa senza disporre di un livello di verifica tecnica indipendente, strutturato e autonomo rispetto ai soggetti che concentrano competenze e decisioni operative.
Questa configurazione diventa particolarmente critica perché Millepiedi non è un’opera standard.
È un intervento:
- sperimentale;
- non replicato su larga scala;
- costruito su una tecnologia “su misura”.
In questi casi, il controllo pubblico non può essere solo procedurale. Deve essere sostanziale. Altrimenti il soggetto pubblico intermedio rischia di ridursi a una cerniera amministrativa, più che a un effettivo governo dell’intervento.
Il nodo delle responsabilità emerge con forza se si guarda agli scenari futuri.
Millepiedi è finanziato con risorse PNRR. Se l’impianto non dovesse funzionare, se risultasse inutilizzabile, o se non producesse benefici concreti, il problema non sarebbe il fallimento tecnico in sé, ma il metodo con cui si è arrivati a realizzare l’opera.
Gli organi di controllo non chiederebbero “perché non ha funzionato”, ma:
- se i rischi erano noti ed esplicitati;
- se le scelte erano adeguatamente istruite;
- se il soggetto responsabile disponeva davvero dei presidi necessari per controllare un progetto di quella natura.
In presenza di fondi vincolati e di possibili profili di danno erariale, la frammentazione delle responsabilità e l’assenza di un controllo tecnico pieno possono diventare elementi rilevanti.
Il ruolo del Parco incide anche sul metodo di affidamento. Spezzare un intervento unitario in segmenti distinti, attribuendo responsabilità diverse a soggetti diversi, influisce sulla qualificazione dell’appalto, sui requisiti richiesti agli operatori economici e sul livello effettivo di concorrenza garantito.
Un ente che, per statuto, promuove trasparenza, partecipazione e tutela dell’interesse pubblico ambientale si trova così a governare una parte decisiva di un’opera:
- che non utilizzerà direttamente;
- su cui non esercita un controllo pieno del contesto infrastrutturale.
Il PNRR impone rapidità. Ma la rapidità non può sostituire la chiarezza dei ruoli, né l’equilibrio delle responsabilità.
Il caso Millepiedi pone quindi una domanda che va oltre questo progetto e riguarda il metodo con cui si stanno realizzando le opere innovative finanziate con fondi europei:
è sostenibile affidare a un soggetto pubblico “intermedio” la responsabilità amministrativa di un’opera sperimentale ad alta complessità, senza metterlo nelle condizioni di governarla fino in fondo?
È una domanda istituzionale. Ed è una domanda che merita una risposta pubblica.
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Apr 3, 2026 | Millepiedi
Quando un progetto tecnologico cresce e diventa più complesso, entra in scena un nuovo attore: la scienza.
Università, enti di ricerca, protocolli di collaborazione. Nei documenti ufficiali il loro ruolo è studiare, analizzare e supportare le attività sperimentali.
Anche nel percorso che porterà al progetto Millepiedi compaiono progressivamente questi soggetti.
Il punto, però, non è soltanto la presenza delle istituzioni scientifiche, ma capire quando entrano in gioco e quale funzione svolgono realmente.
Università e scienza a supporto delle decisioni
Quando il progetto comincia a complicarsi, entra in campo la scienza.
Università, enti di ricerca, protocolli di collaborazione: nei documenti il loro ruolo è centrale. Servono a studiare, monitorare, validare. A garantire che ciò che si sta facendo non sia solo legittimo dal punto di vista amministrativo, ma anche fondato sul piano tecnico-scientifico.
Sulla carta, tutto torna.
Il Parco attiva collaborazioni con l’Università di Cagliari, con l’ENEA e con l’Università di Sassari. Gli accordi parlano di modellazione numerica, analisi del moto ondoso, supporto alla sperimentazione, valutazioni ambientali. Un lessico solido, rassicurante, autorevole.
Il problema è quando queste collaborazioni vengono attivate. E soprattutto a cosa servono, nei fatti.
Nel dicembre 2020 il Parco firma un accordo con il Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Chimica e dei Materiali dell’Università di Cagliari per supportare le attività sperimentali di una macchina sviluppata da GICA. Nei documenti si legge che la collaborazione è necessaria perché il Parco ha già attivato un rapporto con la società (7).
Ma a quella data, l’affidamento a GICA non è ancora stato formalmente disposto (8).
La collaborazione scientifica risulta avviata prima dell’adozione formale dell’atto di affidamento. Il supporto tecnico precede la decisione ufficiale.
Come se alcune scelte fossero già state delineate.
Non è un episodio isolato.
I pagamenti alle Università partono mentre i progetti sono ancora in fase di definizione. In alcuni casi i saldi (12) vengono liquidati prima che i report finali siano consegnati (13). Un report scientifico, fondamentale per valutare l’efficacia delle attività svolte, arriva addirittura più di un anno dopo il pagamento completo.
Formalmente tutto è giustificato. Sostanzialmente, la sequenza si ribalta: prima si paga, poi si documenta.
Nel frattempo, i confini tra i progetti si fanno sempre più sfumati.
Le collaborazioni scientifiche vengono richiamate indifferentemente per Waves4Water, per il progetto GICA, per iniziative successive. Gli atti parlano di “messa a disposizione delle competenze maturate”, di continuità tra le esperienze, di trasferimento di risultati.
Ma dagli atti disponibili non emerge una documentazione sistematica dei risultati delle attività scientifiche:
- quali studi siano stati effettivamente prodotti;
- a quale progetto afferiscano;
- quali risultati concreti abbiano generato.
Nel 2022 entra in scena anche l’Università di Sassari, con un protocollo d’intesa non oneroso. Anche qui, le parole sono ambiziose: transizione ecologica, decarbonizzazione, produzione di energia dal mare. Ma il protocollo non produce obblighi, né risultati verificabili. È una cornice, non un contenuto (14).
A questo punto il quadro è chiaro.
Le collaborazioni scientifiche non sembrano guidare le scelte progettuali. Arrivano dopo, o accanto, per accompagnarle. Non decidono la rotta, ma la rendono più presentabile.
E il confronto con Waves4Water è inevitabile.
Nel progetto che arriva davvero in mare, la scienza è uno strumento di verifica.
Negli altri percorsi, diventa soprattutto una copertura tecnica: un linguaggio autorevole che giustifica cambi di scala, spostamenti di obiettivi, incrementi di spesa.
Alla fine resta una domanda semplice, che nei documenti non trova risposta:
le Università servono a capire se un progetto funziona, o a dimostrare che era giusto farlo comunque?
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Mar 31, 2026 | Millepiedi
Mentre il progetto Waves4Water segue il proprio percorso sperimentale, negli atti amministrativi del Parco comincia a comparire una seconda tecnologia.
È in questo passaggio che entra in scena GICA – Gestioni Idrauliche, Chimiche e Ambientali Srl.
All’inizio si tratta di un intervento di dimensioni molto ridotte, finanziato come attività di sperimentazione.
Eppure proprio da questa seconda traiettoria prenderà forma il percorso che porterà al progetto Millepiedi e al suo ingresso nel programma PNRR.
La macchina che arriva prima del progetto
GICA, il partenariato portuale e il salto mai certificato verso il PNRR
Quando entra in scena GICA, il finanziamento di 200.000 euro per l’implementazione del progetto Waves4Water cambia direzione.
Alla fine del 2020, mentre Waves4Water è ancora formalmente in corso, tra gare annullate e riassegnazioni, il Parco avvia una nuova procedura. Non una gara pubblica, ma un affidamento diretto per la realizzazione di un’ulteriore macchina destinata a produrre energia dal moto ondoso. L’importo è contenuto: poco più di 72 mila euro. Il ribasso è simbolico: lo 0,15 per cento.
La società scelta è GICA – Gestioni Idrauliche, Chimiche e Ambientali Srl. Una realtà dai fatturati modesti, dichiarati per anni attorno ai 27 mila euro annui, che porta però con sé un elemento decisivo: un brevetto europeo per una macchina capace di sfruttare l’energia delle onde (6).
È quel brevetto a diventare il perno dell’intera operazione.
Pochi giorni dopo l’affidamento, il Parco attiva una collaborazione scientifica con l’Università di Cagliari (7). Nei documenti ufficiali si legge che l’accordo serve a supportare le attività sperimentali svolte da GICA. Ma c’è un dettaglio che pesa: alla data di firma dell’accordo universitario, l’affidamento alla società non risulta ancora formalmente adottato (8).
In pratica, l’Università viene chiamata a collaborare su una macchina che, dal punto di vista amministrativo, non esiste ancora.
È un dettaglio tecnico, ma rivela molto del clima in cui si muove il progetto: la sequenza degli atti amministrativi appare successiva ad alcune scelte progettuali già delineate. Il cronoprogramma è ambizioso. Due mesi per la progettazione esecutiva, sei mesi per la costruzione e i test in laboratorio, altri quattro mesi per la sperimentazione in mare. In poco più di un anno, la macchina dovrebbe essere pronta, collaudata e funzionante.
Ma quando GICA trasmette il documento chiamato “Relazione e Progetto Esecutivo”, il contenuto è sorprendentemente scarno. Non ci sono disegni di dettaglio, computi metrici, specifiche costruttive. Il testo si limita a dichiarare che la macchina sarà conforme a quanto descritto nella domanda di brevetto (9).
Un brevetto, però, non è un progetto esecutivo. Serve a tutelare un’idea, non a costruire un impianto.
Nonostante questo, i pagamenti partono. Prima un’anticipazione del 30 per cento, poi un ulteriore 50 per cento. Nel frattempo viene autorizzata anche la sperimentazione in situ, individuando come sede il porto industriale di Porto Torres (10). Un contesto completamente diverso da quello del Parco naturale per cui il progetto era nato.
È qui che avviene il passaggio decisivo.
La sperimentazione non resta confinata a un test tecnico, ma viene progressivamente incardinata in un partenariato istituzionale con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna. Il porto non è più solo il luogo della prova: diventa l’orizzonte finale del progetto.
È in questo passaggio che entra in gioco il programma Green Ports, finanziato dal PNRR (11 e 11a).
Il progetto GICA viene progressivamente ricollocato all’interno della strategia nazionale di decarbonizzazione dei porti. Non più un esperimento per alimentare strutture isolate del Parco, ma una tecnologia potenzialmente replicabile in ambito portuale, funzionale agli obiettivi del PNRR: transizione energetica, riduzione delle emissioni, innovazione infrastrutturale.
La scala cambia radicalmente. Dai 70–80 mila euro iniziali si passa a milioni.
Da una sperimentazione leggera a un impianto strutturalmente integrato in una diga foranea.
Dal Parco come destinatario finale a un partenariato pubblico–istituzionale con il sistema portuale.
Nel frattempo, Waves4Water segue un’altra traiettoria. Viene installato, entra in mare, avvia la sperimentazione. Produce dati, richiede manutenzione, diventa un oggetto fisico. La macchina sviluppata da GICA, invece, continua a vivere soprattutto negli atti: proroghe, nuovi accordi, estensioni progettuali.
La natura del progetto GICA, del resto, è diversa fin dall’origine.
Nel 2019 la Regione Sardegna finanzia quella tecnologia esplicitamente come ricerca e sperimentazione, non come opera industriale né come infrastruttura energetica. Le prove sono condotte prevalentemente in laboratorio, in condizioni simulate. I risultati vengono definiti “promettenti”, ma sempre all’interno di un perimetro sperimentale.
Nessun atto parla di funzionamento industriale. Nessun atto certifica che la tecnologia sia pronta.
Anche il ruolo dell’Università di Cagliari resta confinato a un supporto scientifico: modellazione teorica, simulazioni numeriche, analisi dei risultati. Non è previsto alcun collaudo tecnico-funzionale. L’Università non certifica l’idoneità industriale della macchina, né si assume responsabilità sul suo funzionamento in esercizio reale.
Questo punto non cambierà mai.
Eppure, con l’ingresso del partenariato portuale e del PNRR, la tecnologia GICA viene progressivamente assunta come matura per definizione. Quando il progetto Millepiedi entra ufficialmente nel programma Green Ports, la macchina viene descritta come “prima applicazione industriale di una soluzione innovativa”. Il costo complessivo supera i 3,8 milioni di euro.
La dimensione economica del progetto aumenta significativamente, da sperimentazione regionale a infrastruttura finanziata con fondi europei.
Ma negli atti precedenti non emerge alcuna certificazione indipendente che attesti il passaggio dalla ricerca all’uso industriale. Non c’è un collaudo, non c’è una valutazione di maturità tecnologica, non c’è un confronto competitivo con soluzioni alternative, nemmeno con Waves4Water, che nel frattempo è stato installato e avviato in mare.
Anche la valutazione finale avviene senza competenze specialistiche dirette sulla tecnologia oggetto dell’investimento. Nessuno è chiamato formalmente a dire se la macchina sia davvero pronta.
Alla fine, il quadro è nitido.
La tecnologia GICA cresce per accumulazione di partenariati, atti e programmi, non per una verifica conclusiva.
Il PNRR non certifica la maturità tecnologica: la presuppone.
E la domanda che resta non è polemica, ma strutturale:
quando una sperimentazione entra in un partenariato PNRR, chi certifica davvero che sia pronta a diventare opera pubblica?
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