Manifesto per il governo del territorio

Manifesto per il governo del territorio

Negli ultimi anni, procedure semplificate, valutazioni frammentate e interventi progressivi hanno spesso sostituito una pianificazione organica e preventiva, trasferendo i conflitti dalle sedi amministrative alle aule giudiziarie.

Il Manifesto afferma un principio semplice: la tutela del paesaggio non può essere ridotta a un fatto formale o burocratico.
Il territorio è un bene collettivo e le decisioni che lo riguardano devono essere valutate nella loro interezza, nei loro effetti reali e nella loro sostenibilità nel tempo.

Perché la semplificazione amministrativa non può trasformarsi in semplificazione della tutela.

Manifesto per il governo del territorio

L’Associazione Punta Giglio Libera ritiene che il governo del territorio non possa essere affidato a decisioni frammentate, a procedure accelerate o a valutazioni parziali.

Il territorio non è una somma di atti amministrativi.

È un sistema complesso, fatto di equilibri ambientali, paesaggistici e sociali che richiedono visione, responsabilità e coerenza.

Negli ultimi anni si è progressivamente affermato un modello che, in nome della semplificazione e della rapidità, ha indebolito il controllo preventivo, sostituendo la pianificazione con interventi frammentari e disarticolati. Questo modello produce inevitabilmente autorizzazioni fragili, contenziosi, conflitti e, soprattutto, trasformazioni che incidono in modo permanente sul territorio.

Questo modello si manifesta attraverso dinamiche ricorrenti e riconoscibili:

  • interventi inizialmente incompatibili che vengono progressivamente rimodulati per superare i vincoli più stringenti
  • procedimenti costruiti per fasi, in cui le componenti più rilevanti vengono temporaneamente ridotte o escluse per ottenere il primo titolo autorizzativo
  • successive integrazioni e varianti che reintroducono, nel tempo, gli elementi originariamente esclusi
  • frammentazione delle valutazioni tra diversi livelli amministrativi, senza una verifica unitaria dell’impatto complessivo
  • spostamento del controllo dal momento preventivo a quello successivo, con l’intervento della magistratura quando le trasformazioni sono già avvenute

In questo modo, ciò che non sarebbe autorizzabile in modo diretto tende a diventarlo nel tempo, attraverso una sequenza di atti formalmente legittimi ma sostanzialmente orientati a un risultato già definito.

L’Associazione ritiene che questo approccio non sia sostenibile.

La tutela del paesaggio e dell’ambiente non può essere subordinata alla sola esistenza formale di titoli autorizzativi. Questa criticità emerge in modo ancora più evidente quando le procedure di semplificazione vengono applicate in contesti sottoposti a tutela paesaggistica.

La tutela del paesaggio non costituisce un interesse amministrativo ordinario, ma un principio fondamentale riconosciuto dalla Costituzione. Per questa ragione, la valutazione degli interventi in aree vincolate non può essere ridotta a meccanismi automatici, né affidata a logiche di mera accelerazione procedimentale.

Le normative sulla semplificazione amministrativa, introdotte anche per regolare i rapporti tra enti e ridurre i tempi decisionali, non possono tradursi nell’indebolimento della verifica sostanziale sugli interventi che incidono su beni paesaggistici tutelati.

Ciò assume un rilievo ancora maggiore in Sardegna, dove il Piano Paesaggistico Regionale ha attribuito agli ambiti costieri una tutela rafforzata fondata proprio sulla necessità di valutazioni preventive, motivate e approfondite.

In questi contesti, il silenzio, l’inerzia o la frammentazione delle valutazioni non possono sostituire un parere espresso, analizzato e coerente con gli obiettivi di tutela.

La semplificazione amministrativa non può trasformarsi in semplificazione della tutela.

Le trasformazioni devono essere valutate nella loro interezza e nella loro incidenza reale sui luoghi, secondo un principio ormai consolidato anche nella giurisprudenza: la forma degli atti non può prevalere sulla sostanza degli effetti.

Ogni intervento che modifica il territorio deve essere sottoposto a una verifica preventiva, complessiva e rigorosa della sua compatibilità, tenendo conto non solo dell’interesse economico immediato, ma degli equilibri complessivi e della loro sostenibilità nel tempo.

Ogni volta che questo equilibrio viene meno, è una sconfitta per la collettività.

È una sconfitta ogni volta che vengono attribuiti nuovi plusvalori economici ad aree di pregio ambientale senza aver chiarito fino in fondo la compatibilità urbanistica e paesaggistica degli interventi, riducendo progressivamente il controllo pubblico sul territorio.

È una sconfitta quando mutano destinazioni d’uso e intensità di fruizione senza una verifica adeguata delle ricadute sui carichi insediativi, sul traffico, sulle infrastrutture, sui servizi e sugli equilibri complessivi di contesti già sottoposti a forte pressione.

È una sconfitta quando il paesaggio, bene comune non riproducibile, viene inciso da trasformazioni che producono alterazioni spesso irreversibili.

È una sconfitta, infine, quando risorse pubbliche, tempo amministrativo e credibilità istituzionale vengono assorbiti da una sequenza continua di contenziosi, annullamenti, dissequestri e nuovi sequestri, spostando il momento della verifica dalla prevenzione al conflitto.

Il problema non è episodico. È sistemico.

Per questo l’Associazione afferma con chiarezza alcuni principi:

  • la pianificazione deve tornare a essere lo strumento centrale del governo del territorio
  • la valutazione preventiva deve prevalere sulla gestione emergenziale
  • la tutela del paesaggio deve essere sostanziale e non solo formale
  • la responsabilità delle decisioni pubbliche deve essere piena e trasparente

Il territorio è un bene collettivo, non una risorsa da adattare alle decisioni. Sono le decisioni che devono adattarsi al territorio.

Senza questo cambiamento di prospettiva, ogni vicenda continuerà a riproporsi come emergenza, mentre rappresenta, in realtà, l’effetto prevedibile di un metodo.

È su questo metodo che l’Associazione Punta Giglio Libera intende continuare a richiamare l’attenzione pubblica.

Perché la tutela del territorio non è un’opzione. È una responsabilità collettiva.

Parcheggio a Casa Gioiosa
Guardia Grande
Calabona
A-Mare non solo una concessione: è il sintomo di un metodo?

A-Mare non solo una concessione: è il sintomo di un metodo?

È una ricostruzione documentata della vicenda di uno stabilimento balneare in Loc. Calabona ad Alghero, denominato A-Mare della Soc. Bagni del Corallo srl, alla luce degli atti amministrativi e delle recenti pronunce della Corte di Cassazione. L’obiettivo è offrire una lettura complessiva del caso, evidenziando le criticità nel rapporto tra procedimento amministrativo, tutela del territorio e intervento penale. Il contributo è finalizzato a stimolare un dibattito pubblico informato su un tema di rilevante interesse collettivo.

A-Mare non solo una concessione: è il sintomo di un metodo

La vicenda A-Mare / Bagni del Corallo viene oggi riproposta all’opinione pubblica quasi esclusivamente sotto il profilo della perdita economica e occupazionale: una società che non apre, una stagione compromessa, circa venti posti di lavoro a rischio. È una narrazione che colpisce sul piano emotivo e che inevitabilmente induce la città a schierarsi dalla parte dell’impresa, come se ci si trovasse di fronte all’ennesimo caso di burocrazia lenta o di giustizia che ostacola chi vuole semplicemente lavorare.

Ma è proprio questa rappresentazione semplificata che rischia di nascondere il nodo reale della questione. Perché A-Mare non è soltanto il caso di una concessione contestata. È, piuttosto, il risultato di una sequenza amministrativa e giudiziaria che mostra con chiarezza come un intervento inizialmente ritenuto incompatibile possa, nel tempo, trasformarsi in qualcosa di diverso: non necessariamente pienamente legittimo, ma progressivamente normalizzato.

L’intervento proposto dalla società Bagni del Corallo si colloca infatti in un’area classificata dal Piano Regolatore Generale come zona H3, sottoposta a vincolo di salvaguardia assoluta, dove ogni trasformazione del territorio dovrebbe essere esclusa in via di principio. Nonostante un primo diniego nel 2021 da parte della Soprintendenza e dell’Ufficio Tutela del Paesaggio del Comune di Alghero , il progetto viene ripresentato l’anno successivo in forma sostanzialmente analoga, attraverso una rimodulazione progressiva che ne modifica la qualificazione formale senza alterarne la sostanza. Le componenti più impattanti vengono inizialmente rimosse per evitare i passaggi più rigorosi del procedimento, per poi riemergere in una fase successiva, attraverso varianti e integrazioni. Ciò che appare, sulla carta, come intervento precario o multifunzionale, assume nella realtà una consistenza ben diversa.

Nel 2024 interviene il primo sequestro, che segna una frattura tra ciò che è stato autorizzato e ciò che è stato realizzato.

Da quel momento la vicenda entra in una fase diversa: il dissequestro dell’area e il rilascio di nuovi titoli amministrativi consentono la prosecuzione dell’attività, mentre restano aperti i nodi relativi alla compatibilità dell’intervento con il territorio. La misura cautelare viene meno e l’attività può riprendere, senza che sia stata però definitivamente chiarita la compatibilità complessiva dell’intervento con il contesto paesaggistico.

È proprio in questa fase che interviene un nuovo elemento, spesso trascurato. Nel maggio 2025, poco prima del secondo sequestro, a seguito del rilascio di nuovi provvedimenti di concessione, dei cittadini intervengono, segnalando, a Comune e Procura, come tali atti si fondino su presupposti già dichiarati decaduti e su un quadro amministrativo e giudiziario ancora non definito.

La segnalazione evidenzia un punto preciso: i nuovi titoli si richiamano a un provvedimento unico precedente che era stato formalmente dichiarato decaduto, mentre nel frattempo erano intervenuti pareri negativi e atti di sospensione da parte degli organi di tutela paesaggistica. Nonostante ciò, nuove concessioni vengono rilasciate, inserendosi in un percorso amministrativo che appare non coerente con i presupposti su cui dovrebbe fondarsi.

Questo passaggio è decisivo perché mostra che la vicenda non si esaurisce con il dissequestro, ma prosegue su un altro piano, quello della legittimità amministrativa.

A giugno dello stesso anno il Tribunale del riesame di Sassari farà dissequestrare l’area.

Ed è su questo sfondo che interviene la Cassazione, riportando la vicenda alla sua dimensione sostanziale (Sentenza num. 7631/2026). (Leggi)

Nel “considerato in diritto” la Corte non si limita a prendere atto dell’esistenza di titoli amministrativi, ma ricostruisce l’intero sviluppo dei fatti e individua il punto critico dell’analisi compiuta in sede di dissequestro:

  • “il Tribunale ha esaminato la vicenda in modo parcellizzato, senza considerare unitariamente l’intervento nel suo complesso”.

La valutazione è stata condotta in modo frammentato, separando le singole opere dalle modificazioni del territorio su cui insistono.

La Cassazione chiarisce invece che l’intervento deve essere considerato unitariamente:

  • “le opere non possono essere valutate isolatamente rispetto alle modificazioni del suolo su cui insistono”

Ciò che rileva non è solo la natura delle strutture, ma l’insieme delle trasformazioni già realizzate:

  • “risulta accertata una trasformazione dell’area che ha comportato la distruzione della vegetazione e la modificazione dello stato dei luoghi”

Queste trasformazioni incidono in modo significativo e irreversibile su un contesto paesaggistico tutelato.

Da qui deriva un passaggio decisivo:

“i titoli abilitativi sopravvenuti non incidono sulle trasformazioni già realizzate e non sono idonei a escludere la rilevanza penale della condotta”

La Corte afferma così un principio sostanziale: la legittimità formale degli atti non può sovrapporsi alla realtà materiale dei luoghi.

La Corte va oltre:

  • “la condotta deve essere valutata nella sua continuità, atteso che le nuove opere si inseriscono nel solco della precedente attività abusiva”

evidenziando che le attività successive non costituiscono un fatto nuovo e autonomo, ma si inseriscono nella continuità della precedente attività, configurando una prosecuzione della condotta.

E infatti conclude:

  • “sussiste il periculum in mora, desumibile dalla concreta possibilità di reiterazione delle condotte illecite”

È proprio questa continuità che consente di affermare la persistenza del pericolo, nonostante il rilascio dei titoli amministrativi.
Il periculum in mora esiste ancora ed è per questo che la Cassazione annulla il dissequestro e rinvia al Tribunale.
Ma soprattutto afferma un principio che va oltre questo caso:
la realtà del territorio non può essere superata da una lettura formale degli atti amministrativi.

Particolarmente significativo appare il richiamo della sentenza di Cassazione n. 56678 /2028:

  • “b) il giudice penale conserva sempre il potere di sindacare la legittimità dei provvedimenti che autorizzano l’attività edilizia; in questo senso, Sez. 3, n. 56678 del 21/09/2018 (Leggi), Pmt, Rv. 275565 – 01, secondo cui la contravvenzione di esecuzione di lavori “sine titulo” sussiste anche nel caso in cui il permesso di costruire, pur apparentemente formato, sia illegittimo per contrasto con la disciplina urbanistico – edilizia di fonte normativa o risultante dalla pianificazione.”

Eppure i rilievi già formulati dalla Cassazione erano stati esplicitati nel gennaio del 2025, quando il Comune si apprestava a rilasciare le autorizzazioni edilizie n. 265 e n. 266 dell’8/5/2025. La Corte di Cassazione, con sentenza Sez. 3, n. 4435 del 16/01/2025 (Leggi), nel confermare la legittimità del primo sequestro nel 2024 dell’area da parte della Procura della Repubblica di Sassari per l’abuso edilizio, rigettando la domanda di dissequestro, aveva dato atto della:

“realizzazione, nel contesto finale di un ‘alterazione dello stato originario dei luoghi, di opere non consentite di livellamento della roccia, con apporto esogeno di terra quale substrato di un manto erboso, e di lavori di terrazzamento, con compromissione dell’ecosistema”.

Nonostante le criticità già evidenziate nelle pronunce della Cassazione e nelle carte processuali, il Comune ha successivamente proseguito nel rilascio delle autorizzazioni edilizie, in un contesto nel quale risultavano già contestate significative trasformazioni del territorio.

Nelle stesse pronunce vengono richiamati interventi di modifica dello stato originario dei luoghi, con alterazioni morfologiche e opere di sistemazione dell’area ritenute rilevanti sotto il profilo paesaggistico ed edilizio.

La società aveva descritto l’intervento come una “realtà dinamica in grado di originare nuove proposte in accordo con la natura persistente”. Tuttavia, secondo quanto emerge dagli atti richiamati dalla Corte, il contesto originario risultava profondamente modificato attraverso interventi di sistemazione artificiale dei luoghi.

È proprio in questa distanza tra rappresentazione formale dell’intervento e trasformazione materiale del territorio che si colloca uno dei nodi centrali della vicenda: la compatibilità tra nuove forme di utilizzo dell’area e la tutela di un paesaggio costiero sottoposto a vincoli di particolare rilevanza.

Il tema posto dalle pronunce giudiziarie riguarda dunque non soltanto la presenza di titoli autorizzativi, ma la necessità di verificare se le trasformazioni realizzate risultino coerenti con gli obiettivi di tutela e con l’integrità dei luoghi protetti dalla normativa paesaggistica.

Lo scopo da perseguire, come ricorda la Cassazione nella sentenza dello scorso novembre, era “la sistemazione unitaria dei luoghi da parte della società, in vista del soddisfacimento del proprio interesse a sfruttarli a fini turistici”. La Corte riconduce tali trasformazioni all’ipotesi prevista dall’art. 44 lett. c) del D.P.R. 380/2001 (Testo Unico sull’Edilizia) per “l’irreversibile modifica e alterazione dei luoghi e dell’ecosistema”. Tale norma si riferisce sia alla lottizzazione abusiva di terreni a scopo edilizio che agli interventi edilizi nelle zone sottoposte a vincolo storico, artistico, archeologico, paesistico, ambientale, in variazione essenziale, in totale difformità o in assenza del permesso.

E allora la domanda resta.

Possiamo davvero difendere un territorio guardando solo ai documenti? O dobbiamo guardare a ciò che accade nei luoghi? Perché Calabona non riguarda soltanto una vicenda giudiziaria, ma il modo in cui vengono assunte decisioni che incidono sul territorio.

È una scelta e ogni scelta lascia una traccia.

La perdita economica, che oggi domina il racconto pubblico, diventa così l’ultimo atto di un processo iniziato molto prima. Un processo in cui ogni passaggio, preso singolarmente, può apparire legittimo, ma che nel suo insieme restituisce un quadro diverso.

Se la legalità non viene verificata all’inizio, ma si ridefinisce nel tempo, se le criticità emergono solo dopo che il territorio è stato trasformato, allora non siamo di fronte a un episodio isolato. Siamo di fronte a un metodo.

Ed è su quel metodo — più che sulla singola vicenda — che una città dovrebbe iniziare a interrogarsi davvero.

I fatti: prima-dopo
Quando un parco rischia di perdere la sua identità

Quando un parco rischia di perdere la sua identità

Il confronto con Asinara e Molentargius mostra modelli diversi di gestione delle aree protette.

La legge quadro sulle aree protette del 1991 stabilisce un principio molto semplice: i parchi naturali nascono per proteggere la natura. La conservazione degli ecosistemi e della biodiversità deve essere la loro funzione principale.

Tutte le altre attività – turismo, valorizzazione del territorio, iniziative economiche – possono esistere, ma devono restare compatibili con questo obiettivo.

Il confronto tra tre realtà sarde aiuta a capire quanto questo equilibrio sia delicato: il Parco Nazionale dell’Asinara, il Parco di Molentargius-Saline e il Parco di Porto Conte.

L’Asinara rappresenta probabilmente il modello più vicino allo spirito originario della legge del 1991. Il parco mantiene una struttura autonoma e una missione chiaramente centrata sulla conservazione degli ecosistemi. Il turismo è presente ma fortemente regolato.

Molentargius è un caso diverso. Inserito in un contesto urbano complesso, ha sviluppato una forte identità legata alla tutela delle zone umide e alla gestione di un ecosistema fragile nel cuore dell’area metropolitana di Cagliari.

Porto Conte, invece, rappresenta un modello ancora diverso. Il parco è sempre più coinvolto nelle dinamiche territoriali e nei progetti di valorizzazione del territorio in chiave turistica. In questo contesto l’ente svolge anche un ruolo operativo nelle politiche locali di sviluppo sostenibile.

Questa evoluzione non è necessariamente negativa. I parchi possono contribuire allo sviluppo di economie locali sostenibili e alla diffusione della cultura ambientale.

Il rischio emerge quando questo equilibrio si modifica.

Quando la sostenibilità economica dell’ente dipende sempre più dalla capacità di attrarre finanziamenti, sviluppare servizi o promuovere attività turistiche, la natura rischia di diventare una risorsa economica funzionale alla gestione del parco.

Il confronto con Asinara e Molentargius rende evidente una questione di identità. In quei parchi la tutela ambientale rimane il criterio principale che orienta le scelte di gestione.

Nel caso di Porto Conte, invece, la crescente integrazione con le politiche territoriali rischia di modificare progressivamente questo equilibrio.

Il problema non riguarda la legittimità delle singole iniziative, ma la direzione complessiva della gestione del parco.

La legge del 1991 aveva un obiettivo preciso: garantire che le aree protette fossero prima di tutto strumenti di conservazione della natura.

Oggi la sfida è evitare che diventino soltanto un altro strumento di sviluppo territoriale.

Isola dell'Asinara
Parco di Molentargius

Fonte immagini: turismoitalianews.it

Il Parco di Porto Conte tra tutela e gestione economica

Il Parco di Porto Conte tra tutela e gestione economica

Il futuro del Parco di Porto Conte

Il Parco di Porto Conte tra tutela e gestione economica: una lettura critica del bilancio previsionale 2026-2028

Bilancio del Parco di Porto Conte: conti in equilibrio ma risorse limitate per la tutela

Nel precedente articolo abbiamo analizzato il bilancio previsionale 2026–2028 del Parco di Porto Conte, evidenziando come l’equilibrio finanziario dell’ente dipenda in parte da progetti finanziati e attività di valorizzazione del territorio.

A partire da questi dati contabili emerge però una questione più ampia, che riguarda non solo i conti dell’ente ma il modello stesso di gestione dell’area protetta.

Dopo una prima lettura del bilancio previsionale 2026–2028 del Parco di Porto Conte, emerge una questione più ampia che riguarda non solo i conti dell’ente, ma il modello stesso di gestione dell’area protetta. Dietro i numeri del bilancio si intravede infatti un equilibrio delicato tra due esigenze difficili da conciliare: la tutela della natura e la sostenibilità economica della gestione. Per comprendere il significato di questo bilancio è utile partire dal quadro normativo di riferimento. 

La Legge 6 dicembre 1991 n. 394 stabilisce che la finalità primaria dei parchi naturali è la conservazione degli ecosistemi, della biodiversità e del paesaggio. Tutte le altre attività — dalla fruizione turistica allo sviluppo economico locale — devono essere compatibili e subordinate a questo obiettivo.

Alla luce di questo principio, la lettura dei documenti di programmazione del Parco di Porto Conte solleva alcune domande che riguardano non solo la gestione amministrativa dell’ente, ma il modello stesso di area protetta che si sta costruendo nel territorio.

Il primo elemento che emerge è l’assenza del principale strumento di pianificazione previsto dalla normativa: il Piano del Parco. Dopo molti anni dalla sua istituzione, il Parco di Porto Conte non dispone ancora di questo strumento fondamentale, che dovrebbe definire con chiarezza le regole di tutela, i limiti alla fruizione e gli indirizzi per la gestione del territorio. Gli stessi documenti dell’ente riconoscono che questa mancanza rende più difficile l’azione di tutela ambientale e il riconoscimento delle prerogative del Parco da parte degli altri soggetti pubblici e privati che operano nel territorio. 

In assenza di un Piano del Parco, le scelte strategiche sul futuro dell’area protetta finiscono inevitabilmente per emergere attraverso altri strumenti: il piano delle attività, i progetti finanziati e soprattutto il bilancio.

Ed è proprio leggendo il bilancio che appare con chiarezza una seconda questione centrale: la fragilità dell’equilibrio economico della gestione ordinaria. Il Piano delle attività evidenzia infatti l’esistenza di uno squilibrio ormai strutturale tra le spese di gestione del Parco e le entrate ordinarie disponibili. I contributi pubblici erogati dalla Regione Sardegna e dal Ministero dell’Ambiente non sono più sufficienti a coprire i costi della gestione del Parco e dell’Area Marina Protetta. Per mantenere l’equilibrio del bilancio l’ente deve quindi ricorrere a entrate derivanti dalla fruizione del territorio, alla partecipazione a progetti finanziati e a contributi straordinari temporanei. 

Questo dato economico non è neutro. Quando un ente pubblico deve cercare risorse per garantire la propria sostenibilità finanziaria, le sue priorità inevitabilmente cambiano. Nel caso del Parco di Porto Conte ciò si traduce in una crescente attenzione verso le attività capaci di generare entrate: attrattori culturali, servizi per i visitatori, gestione di infrastrutture e valorizzazione turistica del territorio.

Negli ultimi anni il Parco ha infatti sviluppato un sistema articolato di iniziative rivolte alla fruizione: l’Ecomuseo, i percorsi museali e multimediali, la valorizzazione della Grotta Verde, nuovi servizi di mobilità e parcheggi nelle aree più frequentate del promontorio di Capo Caccia, oltre alla prospettiva di nuove strutture e servizi nell’Area Marina Protetta. Tutte attività che contribuiscono ad aumentare la presenza di visitatori e le entrate dell’ente.

La fruizione sostenibile non è di per sé un problema. I parchi naturali devono essere luoghi aperti alla comunità e ai visitatori. Tuttavia quando la sostenibilità economica di un’area protetta dipende in misura crescente dalla capacità di attrarre visitatori, si crea inevitabilmente una tensione tra due obiettivi: la conservazione degli ecosistemi e la valorizzazione economica del territorio.

Questa tensione diventa ancora più evidente se si osserva la gestione del personale. Nonostante il quadro finanziario venga descritto come fragile e incerto, nel corso del 2025 sono stati espletati concorsi pubblici per l’assunzione di sette nuove unità all’interno della struttura del Parco. Gli stessi documenti precisano che queste assunzioni sono state inizialmente attivate con contratti a tempo determinato e part-time proprio a causa delle incertezze sulla sostenibilità economica nel lungo periodo. 

La domanda che emerge è inevitabile: se il bilancio del Parco soffre di uno squilibrio strutturale tra entrate e spese, perché si procede comunque ad ampliare la pianta organica dell’ente? La spiegazione implicita nei documenti è che il rafforzamento del personale dovrebbe consentire di sviluppare nuovi servizi e generare ulteriori entrate. Ma questo significa che la crescita della struttura amministrativa dell’ente è strettamente legata all’espansione delle attività economiche e di fruizione.

Un ulteriore elemento che merita attenzione riguarda il ruolo dei progetti finanziati. Nel bilancio compare, tra gli altri, il progetto PNRR denominato “Millepiedi”, realizzato in collaborazione con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna e finanziato per circa 2.000.000 di euro. 

Si tratta di un intervento inserito nel quadro dei finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma nei documenti di programmazione non appare chiaro quale beneficio concreto esso possa portare alla tutela degli ecosistemi del Parco o alla gestione dell’area protetta.

Il caso di questo progetto evidenzia la crescente centralità dei finanziamenti legati a programmi nazionali ed europei. La capacità di intercettare fondi è senza dubbio un elemento positivo, ma esiste anche il rischio che la partecipazione ai bandi diventi un obiettivo in sé, indipendentemente dall’utilità reale dei progetti per la conservazione della natura.

In questo scenario può emergere una sorta di “economia dei progetti”, nella quale le attività amministrative e la gestione dei finanziamenti assumono un peso crescente rispetto alle politiche di tutela ambientale.

Nel complesso il bilancio previsionale 2026-2028 restituisce quindi l’immagine di un Parco dinamico e capace di attrarre risorse, ma allo stesso tempo alle prese con un problema strutturale di sostenibilità economica. Per far fronte a questa situazione l’ente sembra orientarsi sempre più verso un modello di gestione che punta sulla fruizione del territorio, sulla valorizzazione turistica e sulla partecipazione a programmi finanziati.

È una scelta comprensibile dal punto di vista amministrativo, ma che solleva una questione di fondo: quale deve essere il ruolo di un’area protetta?

Un parco naturale non dovrebbe essere costretto a finanziare la tutela della natura attraverso la sua stessa valorizzazione economica. La conservazione della biodiversità rappresenta un interesse pubblico e dovrebbe essere garantita da finanziamenti stabili e adeguati.

Se questo non accade, il rischio è che le aree protette si trasformino progressivamente in sistemi di gestione del turismo naturalistico, nei quali la natura diventa una risorsa economica necessaria a sostenere l’equilibrio finanziario dell’ente.

È una prospettiva che merita una riflessione pubblica, perché riguarda non solo la gestione del Parco di Porto Conte ma il significato stesso delle aree protette nel nostro Paese.

La questione che emerge non riguarda solo il Parco di Porto Conte, ma il significato stesso delle aree protette nel nostro Paese. Per comprenderlo meglio è utile confrontare questa esperienza con quella di altri parchi della Sardegna, come l’Asinara e Molentargius, che rappresentano modelli diversi di gestione delle aree naturali protette.

Esposizione a Casa Gioiosa
Rifugio di mare

Fonte immagini: mindtrip.ai

Parco di Porto Conte – il bilancio apre una domanda

Parco di Porto Conte – il bilancio apre una domanda

Il futuro del Parco di Porto Conte

Parco di Porto Conte, il bilancio apre una domanda: bastano le risorse per proteggere la natura?

Analisi del bilancio previsionale 2026–2028 e delle sfide economiche della gestione dell’area protetta.

Il Parco di Porto Conte rappresenta uno dei patrimoni naturali più importanti del territorio. Comprendere come viene gestito e quali scelte guidano la sua amministrazione è quindi una questione di interesse pubblico.

Per questo motivo proponiamo ai lettori due articoli dedicati al bilancio previsionale 2026–2028 dell’Azienda Speciale Parco di Porto Conte. Il primo presenta una sintesi dei principali dati del bilancio e delle questioni che emergono dalla lettura dei documenti contabili e programmatici dell’ente. Il secondo propone invece un approfondimento più ampio sul modello di gestione dell’area protetta, mettendo in relazione i dati economici con le politiche di tutela ambientale e con le strategie di valorizzazione e fruizione del territorio.

L’obiettivo non è esprimere giudizi conclusivi, ma contribuire a una riflessione pubblica informata su un tema che riguarda la tutela della natura, la gestione di un bene collettivo e il futuro di uno dei luoghi più significativi del nostro paesaggio.

Attraverso questa doppia lettura intendiamo offrire ai lettori alcuni elementi utili per comprendere meglio le dinamiche che stanno accompagnando l’evoluzione del Parco di Porto Conte.

Bilancio del Parco di Porto Conte: equilibrio contabile, ma servono più risorse per la tutela della natura

L’analisi del bilancio previsionale 2026–2028 dell’Azienda Speciale Parco di Porto Conte evidenzia una situazione apparentemente equilibrata dal punto di vista contabile, ma che pone alcune questioni importanti sul futuro della gestione di una delle aree naturali più importanti della Sardegna.

Il bilancio è formalmente in pareggio e non presenta situazioni di indebitamento. Tuttavia, leggendo con attenzione i documenti finanziari e il piano delle attività, emerge un dato significativo: le risorse pubbliche ordinarie destinate al Parco non risultano sufficienti a sostenere in modo stabile tutte le attività di gestione, tutela e valorizzazione del territorio.

L’ente riesce a mantenere l’equilibrio finanziario grazie a una combinazione di contributi straordinari, progetti finanziati e entrate legate alla fruizione turistica del territorio. Questo modello, ormai diffuso in molti parchi italiani, evidenzia però una criticità strutturale: le aree protette svolgono funzioni fondamentali per la tutela della biodiversità e per la salvaguardia del patrimonio naturale, ma spesso non ricevono risorse pubbliche adeguate e stabili.

Per compensare questa carenza, il Parco di Porto Conte sta progressivamente sviluppando attività di

valorizzazione turistica e culturale: gestione dell’Ecomuseo, servizi per i visitatori, attività didattiche, percorsi di fruizione e nuove iniziative legate all’esperienza dei visitatori.

Se da un lato queste attività possono rappresentare un’opportunità per rafforzare la conoscenza del territorio e generare entrate utili alla gestione del Parco, dall’altro lato sollevano una questione fondamentale: la sostenibilità economica delle aree protette non può essere affidata principalmente alla loro capacità di attrarre turismo.

Il rischio è che, nel lungo periodo, la pressione verso attività economicamente produttive possa alterare l’equilibrio tra tutela ambientale e valorizzazione del territorio. Un parco naturale non può essere gestito come una destinazione turistica qualsiasi: la sua missione principale resta la conservazione degli ecosistemi e della biodiversità.

Il bilancio evidenzia inoltre un aumento delle responsabilità gestionali dell’ente, che si occupa non solo del Parco naturale regionale di Porto Conte ma anche dell’Area Marina Protetta Capo Caccia – Isola Piana, delle aree della rete Natura 2000 e di numerose attività di educazione ambientale e ricerca scientifica. Questo ampliamento delle funzioni non sempre sembra accompagnato da un adeguato rafforzamento delle risorse strutturali.

Come associazione ambientalista riteniamo quindi necessario aprire una riflessione più ampia sul ruolo e sul finanziamento delle aree naturali protette. Il Parco di Porto Conte rappresenta un patrimonio naturale, scientifico e culturale di valore straordinario per tutta la Sardegna e per il Mediterraneo. La sua gestione non può dipendere principalmente da finanziamenti temporanei o dalla capacità di generare entrate proprie.

È necessario che Regione e Stato garantiscano risorse stabili e adeguate ad assicurare una gestione orientata prioritariamente alla tutela della natura.

Solo in questo modo il Parco potrà continuare a svolgere pienamente il suo ruolo: proteggere gli ecosistemi, promuovere la ricerca scientifica, educare alla sostenibilità e custodire un patrimonio naturale che appartiene a tutta la comunità.

Il bilancio del Parco di Porto Conte mette quindi in luce una questione più ampia: la difficoltà di trovare un equilibrio stabile tra tutela ambientale e sostenibilità economica nella gestione delle aree protette. Proprio da questa domanda nasce la riflessione proposta nel secondo articolo, che prova ad analizzare più a fondo il modello di gestione del Parco e il rapporto tra tutela della natura e valorizzazione del territorio.

Esposizione a Casa Gioiosa
Rifugio di mare

Fonte immagini: mindtrip.ai

Il parcheggio di Tramariglio

Il parcheggio di Tramariglio

L’intervento di un nuovo parcheggio in area boscata all’interno del Parco di Porto Conte è in contrasto col principio di conservazione e protezione del territorio che un Parco Regionale dovrebbe invece rispettare ed avere come obiettivo primario.

L’associazione ambientalista Punta Giglio Libera. Ridiamo Vita al Parco – APS ha inoltrato (02 gennaio 2026) un’istanza per il rispetto della salvaguardia integrale e condizionata del bene paesaggistico caratterizzato da un edificio di valenza storico culturale e della vegetazione che comprende un arco costiero racchiuso tra la Strada Provinciale 55 e la costa che, partendo da Cala della Calcina, risale verso Nord includendo la penisola di Punta del Quadro e la rada del porto del Tramariglio, terminando poco oltre Punta del Frara, nella baia del Tramariglio, all’interno del quale si trova l’omonima Torre costiera (copianificazione tra RAS, Comune di Alghero e Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Sassari e Nuoro,  da pag. 385 a pag. 390).

Interessati il Comune di Alghero, il Parco di Porto Conte, Assessorato Enti Locali, Finanze e Urbanistica della Regione autonoma della Sardegna, la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Sassari e Nuoro, l’Assessorato della Difesa dell’Ambiente della Regione Autonoma della Sardegna, il Corpo forestale e di Vigilanza ambientale, Provincia di Sassari.

Anche se non si è dato risalto alla notizia, l’Azienda Parco di Porto Conte ha avviato un piano di intervento del geo-sito di Capo Caccia che prevede la nascita di un parcheggio pubblico ex-novo in corrispondenza dell’area di Tramariglio–Casa Gioiosa, uno dei contesti ambientali e paesaggistici più sensibili del territorio algherese, ricompreso nel Parco Naturale Regionale di Porto Conte, riconosciuto dal Piano Paesaggistico Regionale come bene identitario

In assenza di un Piano del Parco, questo parcheggio, che costituisce una nuova opera che va a modificare la destinazione funzionale di un’area indicata come S/4 nel PRG (area destinata ad attrezzature sociali e servizi pubblici), avrebbe dovuto seguire un iter amministrativo di approvazione comprendente una verifica di conformità urbanistica da parte del Comune e un atto deliberativo da parte del Consiglio Comunale, con approvazione del piano particolareggiato, ai sensi dell’art. 46 delle NTA del PRG.

Il Comune, infatti, è l’autorità urbanistica responsabile della conformità degli interventi al PRG e della valutazione dell’impatto dell’intervento in una determinata area e dei possibili effetti sulle scelte pianificatorie future, mentre il Consiglio Comunale ha competenza nell’approvazione dei piani attuativi e degli interventi di modifica che incidono sui servizi pubblici e sull’organizzazione territoriale.

Nel nostro caso, dalla disamina della documentazione, il Comune di Alghero non compare con le sue funzioni, non ha provveduto ad alcuna valutazione formale di conformità all’art. 46 NTA PRG per le zone S/4, non ha indicato la necessità di un piano particolareggiato, strumento previsto per la realizzazione di servizi, non ha valutato la compatibilità con le norme transitorie del PPR e, soprattutto, non ha compiuto alcuna verifica circa l’impatto dell’opera sul carico antropico e sulla fruizione dell’area. Inoltre, non risulta attivato alcuno strumento attuativo o deliberativo consiliare.

L’assenza di questo passaggio rappresenta un elemento critico dell’iter procedurale e dimostra, ancora una volta, la volontà dell’Amministrazione Comunale Algherese, di sottrarsi alle scelte pianificatorie che gli competono, delegando così, in maniera informale,  l’Ente Parco Naturale, che ha esclusivamente funzioni gestionali, di tutela, conservazione e protezione ambientale e non certo di governo del territorio, all’approvazione dell’intervento con sola deliberazione del suo Consiglio Direttivo, senza rispettare i passaggi normativi previsti e senza informare adeguatamente la comunità.

La partecipazione alle decisioni dei Consiglieri comunali, chiamati ad esprimere il loro voto su questa trasformazione del territorio, è fondamentale  perché tutti i cittadini possano in seguito presentare le loro osservazioni. Il cittadino deve riappropriarsi del diritto di partecipare che si esplica con il piano particolareggiato e il suo iter: approvazione del Consiglio e osservazioni da ridiscutere in Consiglio per l’approvazione definitiva. Le semplificazioni autorizzative non sono pensate per aggirare il diritto ma per applicarlo con tutte le competenze in campo. La pianificazione e tutti i suoi “passaggi democratici” non possono essere sempre saltati perché “percorsi irti di ostacoli”.

Chiediamo, pertanto, se il Comune di Alghero, anche a procedimento avviato, abbia intenzione di assolvere al proprio ruolo, prendendo contezza dell’intervento e compiendo tutti quegli atti necessari per dare regolarità all’iter, per tutelare la comunità e contribuire con ancora maggiore efficacia alla tutela, conservazione e protezione ambientale.

Area di Intervento parcheggio di Tramariglio