Il 24 febbraio si è tenuta, presso il Giudice di Pace a Sassari, la terza udienza del procedimento scaturito dalla “denuncia-querela” presentata dal presidente della Società “Il Quinto Elemento”, concessionaria dell’ex batteria antinave SR413 di Punta Giglio, contro l’allora presidente del Comitato “Punta Giglio Libera”, Giovanni Oliva, e contro i componenti Salvatore Scala e Roberto Murru, accusati di aver oltrepassato, il 27 giugno del 2021, i confini del “cantiere dei lavori in corso”, e denunciati penalmente per invasione di fondo altrui.

L’udienza è stata interamente dedicata all’interrogatorio del presidente della Società cooperativa che, secondo le tesi accusatorie, sarebbe stata vittima, nel 2021, del reato d’ingresso abusivo su fondo altrui, presuntivamente commesso dai tre soci del Comitato “Punta Giglio Libera”.

Il rappresentante legale della Cooperativa ha risposto alle domande del pubblico ministero e degli avvocati difensori, Elias Vacca e Andrea Devoto. L’udienza è stata poi aggiornata al 19 maggio, quando verranno sentiti i testimoni del pubblico ministero. La parola passerà quindi agli imputati e ai testimoni delle difese.

In occasione dell’udienza le Associazioni impegnate nella difesa della Zona di Protezione Speciale di Punta Giglio (Comitato Punta Giglio Libera, Italia Nostra Sardegna, LIPU Sardegna, Assemblea Natzionale Sarda, Caminera Noa, Comitato Parco Nord Ovest Sardegna, Earth Gardeners Sassari, Sa Domo de Totus, Sardenya i Llibertat Alghero, Siamo Tuttimportanti Sassari) hanno diffuso la seguente nota.

Non è questa la sede per soffermarsi sull’inconsistenza dei termini dell’accusa. Ci penseranno gli avvocati difensori, e sarà il Giudice di Pace a valutare circostanze e comportamenti, e motivazioni e intenzioni di accusatori e accusati.

Noi però non possiamo non ricordare il clima in cui s’inscriveva la denuncia-querela e lo stato di profonda e allarmata apprensione che agitava in quei mesi l’opinione pubblica per i concreti rischi (e il susseguirsi di notizie) dei danni irreparabili cui erano quotidianamente esposti sia l’area protetta dell’ecosistema di Punta Giglio, sia gli habitat e i beni naturalistici affidati alla custodia del Parco Naturale Regionale di Porto Conte.

L’episodio oggetto della denuncia risale, come accennato, al 27 giugno 2021, quando, secondo l’accusa, conosciuta dagli interessati solo nel febbraio dell’anno successivo, alla chiusura delle indagini preliminari, i tre componenti del Comitato sarebbero stati visti camminare lungo il sentiero per Punta Giglio, in un’area di libero accesso ma dal denunciante considerata appartenente al cantiere.

Va precisato che la vicenda si è svolta in concomitanza con la “manifestazione-passeggiata per sentieri e fortini nella borgata di Maristella”, indetta per il pomeriggio di quella domenica 27 giugno per chiedere la sospensione della nuova fase dei lavori edili, da poco avviati per realizzare i tre chilometri e mezzo di scavi, canali e sbancamenti, che dovevano assicurare i collegamenti dell’ex casermetta-Rifugio di Mare alla rete idrica e fognaria. La “manifestazione-passeggiata” faceva parte del ciclo d’iniziative apertosi il 16 giugno, con la pacifica assemblea tenutasi nello spazio antistante alla Casa Gioiosa, sede del Parco, e poi proseguito il 19 giugno con il “corteo popolare” di diverse centinaia di cittadini che dal Colle Balaguer si era snodato per il centro storico di Alghero fino alla piazza Pino Piras.

Era il “mese di mobilitazione e protesta” promosso dal Comitato (vedi la locandina e l’articolo di Alghero Live) per richiamare l’attenzione delle autorità locali sulle caratteristiche dei nuovi lavori in corso, che, stando agli impegni e alle promesse, dovevano consistere in un “taglio chirurgico”, e che invece si materializzavano in una pesante aggressione al sentiero originario ben testimoniata dai cumuli di roccia calcarea, brutalmente asportata con imponenti caterpillar e con poderose ruspe dotate di grossi martelli pneumatici (foto e video sono apparsi sui giornali cartacei e online, locali e nazionali come questi articoli su Alguer e su La Repubblica).

Solo tre mesi prima l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (I.S.P.R.A.), in una nota del 25 marzo, aveva evidenziato forti carenze nello studio d’incidenza ambientale, osservando, tra l’altro, “che per le più impattanti componenti progettuali (accesso alle postazioni mitragliere distribuite lungo gran parte del margine della falesia, realizzazione di una piscina, ristorante da 100 coperti) non è possibile indicare forme di mitigazione che garantiscano la compatibilità delle strutture con le finalità istitutive di una zona a protezione speciale”.

Di lì a poco, il 9 aprile, due associazioni ambientaliste, il Gruppo d’intervento giuridico (GrIG) e la LIPU-BirdLife Italia, chiedevano il parziale annullamento dell’autorizzazione di Valutazione d’Incidenza Ambientale (VIncA) e la conseguente modifica della determinazione riguardante il progetto di riutilizzo dell’ex batteria antinave. Sicché il 13 aprile il Servizio Valutazioni Impatti e Incidenze Ambientali della Regione Sardegna, dopo aver costatato che dalla documentazione trasmessa non risultava il “pieno rispetto” delle prescrizioni impartite (e in particolare non risultava rispettato il “previsto adeguamento del crono-programma delle attività di cantiere ai periodi di riproduzione delle specie presenti nell’area”), aveva disposto l’interruzione dei lavori e la sospensione del cantiere per venti giorni.

I lavori erano poi ripresi a maggio. Ma solo a luglio sarebbe emerso che l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (ARPAS) non aveva ancora ricevuto la documentazione richiesta per le prescritte valutazioni di merito.

Tuttavia, la Conferenza dei Servizi, convocata ad agosto per approvare un’articolata “variante in corso d’opera non sostanziale”, avrebbe sancito la “regolarizzazione della pratica” e avrebbe dichiarato, a posteriori, la coerenza degli scavi già effettuati per le tubazioni con il progetto approvato nell’ottobre 2020.

A giustificare la diffidenza e lo stato di apprensione delle associazioni ambientaliste basterebbe, però, lo scandalo dello sradicamento del boschetto di conifere e ginepri scoperto nel dicembre 2020 nel terreno circostante l’Hotel Capocaccia, nella zona di “Pischina Salida”, dove il reato ambientale, impunemente consumato alla luce del sole, aveva assunto caratteristiche assolutamente inedite, se non altro perché la superficie desertificata (oltre 6000 metri quadri), ben visibile dalla vicina strada asfaltata, apparteneva (e appartiene) a un’area istituzionalmente tutelata, distante in linea d’aria meno di 300 metri dalla sede del Parco.

Perfino il Corpo Forestale, intervenuto quando il danno era ormai compiuto, non aveva potuto far altro che sequestrare l’area, la legna e gli strumenti del disboscamento; e mentre il Comando di Sassari dell’Ispettorato forestale preannunciava la denuncia dei responsabili e il Comune di Alghero intimava il ripristino dello stato dei luoghi, anche “La Nuova Sardegna” doveva dichiarare, e pubblicamente denunciare, che “nessuno era riuscito a fare niente per fermare preventivamente lo scempio”.

E la ferita è ancora aperta.

Insomma, di fronte all’inadeguatezza della custodia dei beni comuni e di fronte a una così carente protezione della biodiversità, sia di quella “soggetta a vincolo di rispetto assoluto” di Punta Giglio, sia di quella dell’originario manto boschivo di “Pischina Salida”, come non avvertire il dovere di un costante presidio civico e di un’attenta sorveglianza?

Ecco il senso della spontanea e diffusa presenza militante, che a partire da quei mesi è stata regolarmente assicurata dalle associazioni ambientaliste, in particolare attraverso una scrupolosa attività di osservazione e controllo, che si è rivelata tanto più opportuna e provvidenziale proprio nel momento in cui, grazie anche al pretesto del cantiere, l’originaria concessione demaniale, limitata al compendio dell’ex casermetta e degli altri manufatti militari, si stava trasformando in un’ampia enclave autoreferenziale, fondata sulla rinuncia da parte del Parco all’esercizio delle proprie prerogative e sulla delega ai concessionari della Casa per ferie – Rifugio di Mare (nella loro duplice veste di controllori e controllati, titolari della bigliettazione delegata e co-interessati all’andamento dei flussi dei “visitatori-clienti”) dei compiti di governo e delle funzioni di sorveglianza nel territorio di competenza del Parco, e perfino, come all’epoca delle chiudende, nei sentieri e camminamenti che erano stati fino ad allora di libero accesso.

 Certo, nessuna risposta era mai venuta dal sindaco di Alghero alla petizione, sottoscritta, a febbraio, da oltre 3500 cittadini, con cui il Comitato spontaneo Punta Giglio Libera chiedeva al Comune, titolare delle primarie competenze urbanistiche sul territorio, di far sentire la voce della comunità e porre un argine alla “privatizzazione dell’ex Batteria SR 413 nel SIC e ZPS di Punta Giglio”.

Ma forse nessuno poteva immaginare che in cima alle preoccupazioni dei dirigenti del Parco, ancor prima della difesa dei beni comuni affidati alle loro cure, potesse assurgere la foga di mettersi al riparo da ogni critica, arrivando a deliberare in via preventiva di autorizzare il presidente del Parco a “presentare nanti l’autorità giudiziaria – come si legge nel verbale della seduta del Consiglio direttivo del 13 maggio – denuncia-querela per i reati che verranno ravvisati nei confronti del Comitato denominato Alghero per Punta Giglio”, e di dare mandato al direttore d’ingaggiare una società specializzata nell’acquisizione di commenti/post pubblicati sul social media Facebook (“da certificare e produrre, pro futuro, in giudizio”) e di individuare un avvocato “qualificato in materia” che potesse assumere “la difesa dell’Azienda Parco in ogni sede giudiziaria”.

Tutti sanno, però, quanto sia stata provvidenziale (e quanto ancora possa essere meritoria) la pressione civile che le associazioni e l’opinione pubblica hanno democraticamente esercitato, se non per impedire almeno per contenere i danni dell’antropizzazione selvaggia che ancora incombe, specie nel periodo delle nidificazioni, sulla ZPS di Punta Giglio. E forse proprio la pressione civile della pubblica critica ha finora impedito la vergogna dell’ultimo sfregio “autorizzato” ai danni di uno dei principali manufatti storici che avrebbero dovuto dar vita a quel percorso didascalico – espositivo che non è mai nato, e che invece, con scarso senso del ridicolo, dopo la banalizzazione delle scritte del Ventennio fascista in tavernetta, viene definito “museo a cielo aperto”. Ci riferiamo al progetto di manomissione, con demolizione del tetto e brutale sfigurazione, della storica cisterna di raccolta delle acque meteoriche, pregiata testimonianza architettonica di altri tempi, che, purtroppo con l’assenso della Soprintendenza Archeologia Belle arti e Paesaggio, doveva essere convertita in una piscina o “vasca ludica”, e che per fortuna non ha avuto finora attuazione.

Le Associazioni e i Movimenti:

Comitato Punta Giglio Libera

Italia Nostra Sardegna

LIPU Sardegna

Assemblea Natzionale Sarda

Caminera Noa

Comitato Parco Nord Ovest Sardegna

Earth Gardeners Sassari

Sa Domo de Totus

Sardenya i Llibertat Alghero

Siamo Tuttimportanti Sassari