Con l’ingresso del progetto Millepiedi nel programma PNRR – Green Ports, cambia il livello della vicenda.

Non si parla più soltanto di tecnologia o di sperimentazione.

Entra in gioco la struttura amministrativa chiamata a governare l’intervento.

Al centro di questo passaggio si trova il Parco Naturale Regionale di Porto Conte, che assume la responsabilità amministrativa di una parte decisiva del progetto.


Il Parco al centro della macchina

Quando il progetto Millepiedi entra nel PNRR, il Parco di Porto Conte non è più soltanto il luogo da cui tutto è partito. Diventa un ingranaggio centrale. È il Parco che bandisce la gara per la componente impiantistica, che stipula i contratti, che gestisce le procedure, che risponde degli atti. Eppure, l’impianto non sorgerà nel Parco, né servirà direttamente le sue strutture.

Il contesto è un altro: il porto industriale di Porto Torres. Il titolare dell’infrastruttura è un altro soggetto: l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna.

Il Parco si colloca così in una posizione inedita e delicata: intermediario operativo tra chi governa l’infrastruttura e chi realizza l’impianto. Un ruolo che non è neutro e che solleva interrogativi che vanno oltre la singola procedura di gara.

Formalmente l’assetto appare legittimo; la configurazione istituzionale presenta tuttavia elementi non usuali.

Il Parco assume la responsabilità amministrativa diretta di una parte cruciale di un’opera portuale sperimentale ad alta complessità tecnologica, senza essere né il fruitore finale dell’impianto né il soggetto che controlla il contesto infrastrutturale in cui l’opera viene inserita.

Questo disegna una catena decisionale fragile. Da un lato, l’Autorità portuale definisce il quadro strategico e infrastrutturale. Dall’altro, l’operatore economico privato concentra competenze tecniche e know-how sull’impianto. In mezzo, il Parco risponde degli atti, ma non governa pienamente né l’uno né l’altro.

Il punto non è la buona fede degli attori coinvolti. È la sostenibilità istituzionale del modello.

Il Parco di Porto Conte non nasce come ente tecnico-infrastrutturale. La sua missione è la tutela ambientale, la gestione del territorio, la valorizzazione delle risorse naturali. Non dispone ordinariamente di una struttura interna paragonabile a quella di un’Autorità portuale, né di professionalità pensate per presidiare opere sperimentali ad alta intensità tecnologica.

Eppure, nel progetto Millepiedi, è chiamato a svolgere un ruolo che va ben oltre la funzione ambientale o di coordinamento.

Questo squilibrio emerge con chiarezza quando si guarda al tema del controllo.

L’attività di monitoraggio del progetto viene affidata a una figura con formazione archeologica (1515a15b). Il dato non è personale, né professionale. È istituzionale. In un progetto che si fonda su una tecnologia energetica sperimentale, la scelta di non richiedere competenze ingegneristiche o impiantistiche per il monitoraggio indica che il controllo pubblico è concepito più come verifica formale dei risultati dichiarati che come valutazione tecnica delle soluzioni adottate.

In altre parole, il presidio pubblico si colloca a valle, non a monte del processo.
Interviene sui dati prodotti, ma non entra nella “scatola nera” tecnologica: progettazione, prestazioni reali, margini di rischio.

Con l’affidamento dell’incarico di monitoraggio e la chiusura del ciclo di rendicontazione, il Parco completa l’intera filiera amministrativa del progetto Millepiedi. Ma lo fa senza disporre di un livello di verifica tecnica indipendente, strutturato e autonomo rispetto ai soggetti che concentrano competenze e decisioni operative.

Questa configurazione diventa particolarmente critica perché Millepiedi non è un’opera standard.
È un intervento:

  • sperimentale;
  • non replicato su larga scala;
  • costruito su una tecnologia “su misura”.

In questi casi, il controllo pubblico non può essere solo procedurale. Deve essere sostanziale. Altrimenti il soggetto pubblico intermedio rischia di ridursi a una cerniera amministrativa, più che a un effettivo governo dell’intervento.

Il nodo delle responsabilità emerge con forza se si guarda agli scenari futuri.

Millepiedi è finanziato con risorse PNRR. Se l’impianto non dovesse funzionare, se risultasse inutilizzabile, o se non producesse benefici concreti, il problema non sarebbe il fallimento tecnico in sé, ma il metodo con cui si è arrivati a realizzare l’opera.

Gli organi di controllo non chiederebbero “perché non ha funzionato”, ma:

  • se i rischi erano noti ed esplicitati;
  • se le scelte erano adeguatamente istruite;
  • se il soggetto responsabile disponeva davvero dei presidi necessari per controllare un progetto di quella natura.

In presenza di fondi vincolati e di possibili profili di danno erariale, la frammentazione delle responsabilità e l’assenza di un controllo tecnico pieno possono diventare elementi rilevanti.

Il ruolo del Parco incide anche sul metodo di affidamento. Spezzare un intervento unitario in segmenti distinti, attribuendo responsabilità diverse a soggetti diversi, influisce sulla qualificazione dell’appalto, sui requisiti richiesti agli operatori economici e sul livello effettivo di concorrenza garantito.

Un ente che, per statuto, promuove trasparenza, partecipazione e tutela dell’interesse pubblico ambientale si trova così a governare una parte decisiva di un’opera:

  • che non utilizzerà direttamente;
  • su cui non esercita un controllo pieno del contesto infrastrutturale.

Il PNRR impone rapidità. Ma la rapidità non può sostituire la chiarezza dei ruoli, né l’equilibrio delle responsabilità.

Il caso Millepiedi pone quindi una domanda che va oltre questo progetto e riguarda il metodo con cui si stanno realizzando le opere innovative finanziate con fondi europei:

è sostenibile affidare a un soggetto pubblico “intermedio” la responsabilità amministrativa di un’opera sperimentale ad alta complessità, senza metterlo nelle condizioni di governarla fino in fondo?

È una domanda istituzionale. Ed è una domanda che merita una risposta pubblica.

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