Mentre il progetto Waves4Water segue il proprio percorso sperimentale, negli atti amministrativi del Parco comincia a comparire una seconda tecnologia.
È in questo passaggio che entra in scena GICA – Gestioni Idrauliche, Chimiche e Ambientali Srl.
All’inizio si tratta di un intervento di dimensioni molto ridotte, finanziato come attività di sperimentazione.
Eppure proprio da questa seconda traiettoria prenderà forma il percorso che porterà al progetto Millepiedi e al suo ingresso nel programma PNRR.
La macchina che arriva prima del progetto
GICA, il partenariato portuale e il salto mai certificato verso il PNRR
Quando entra in scena GICA, il finanziamento di 200.000 euro per l’implementazione del progetto Waves4Water cambia direzione.
Alla fine del 2020, mentre Waves4Water è ancora formalmente in corso, tra gare annullate e riassegnazioni, il Parco avvia una nuova procedura. Non una gara pubblica, ma un affidamento diretto per la realizzazione di un’ulteriore macchina destinata a produrre energia dal moto ondoso. L’importo è contenuto: poco più di 72 mila euro. Il ribasso è simbolico: lo 0,15 per cento.
La società scelta è GICA – Gestioni Idrauliche, Chimiche e Ambientali Srl. Una realtà dai fatturati modesti, dichiarati per anni attorno ai 27 mila euro annui, che porta però con sé un elemento decisivo: un brevetto europeo per una macchina capace di sfruttare l’energia delle onde (6).
È quel brevetto a diventare il perno dell’intera operazione.
Pochi giorni dopo l’affidamento, il Parco attiva una collaborazione scientifica con l’Università di Cagliari (7). Nei documenti ufficiali si legge che l’accordo serve a supportare le attività sperimentali svolte da GICA. Ma c’è un dettaglio che pesa: alla data di firma dell’accordo universitario, l’affidamento alla società non risulta ancora formalmente adottato (8).
In pratica, l’Università viene chiamata a collaborare su una macchina che, dal punto di vista amministrativo, non esiste ancora.
È un dettaglio tecnico, ma rivela molto del clima in cui si muove il progetto: la sequenza degli atti amministrativi appare successiva ad alcune scelte progettuali già delineate. Il cronoprogramma è ambizioso. Due mesi per la progettazione esecutiva, sei mesi per la costruzione e i test in laboratorio, altri quattro mesi per la sperimentazione in mare. In poco più di un anno, la macchina dovrebbe essere pronta, collaudata e funzionante.
Ma quando GICA trasmette il documento chiamato “Relazione e Progetto Esecutivo”, il contenuto è sorprendentemente scarno. Non ci sono disegni di dettaglio, computi metrici, specifiche costruttive. Il testo si limita a dichiarare che la macchina sarà conforme a quanto descritto nella domanda di brevetto (9).
Un brevetto, però, non è un progetto esecutivo. Serve a tutelare un’idea, non a costruire un impianto.
Nonostante questo, i pagamenti partono. Prima un’anticipazione del 30 per cento, poi un ulteriore 50 per cento. Nel frattempo viene autorizzata anche la sperimentazione in situ, individuando come sede il porto industriale di Porto Torres (10). Un contesto completamente diverso da quello del Parco naturale per cui il progetto era nato.
È qui che avviene il passaggio decisivo.
La sperimentazione non resta confinata a un test tecnico, ma viene progressivamente incardinata in un partenariato istituzionale con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna. Il porto non è più solo il luogo della prova: diventa l’orizzonte finale del progetto.
È in questo passaggio che entra in gioco il programma Green Ports, finanziato dal PNRR (11 e 11a).
Il progetto GICA viene progressivamente ricollocato all’interno della strategia nazionale di decarbonizzazione dei porti. Non più un esperimento per alimentare strutture isolate del Parco, ma una tecnologia potenzialmente replicabile in ambito portuale, funzionale agli obiettivi del PNRR: transizione energetica, riduzione delle emissioni, innovazione infrastrutturale.
La scala cambia radicalmente. Dai 70–80 mila euro iniziali si passa a milioni.
Da una sperimentazione leggera a un impianto strutturalmente integrato in una diga foranea.
Dal Parco come destinatario finale a un partenariato pubblico–istituzionale con il sistema portuale.
Nel frattempo, Waves4Water segue un’altra traiettoria. Viene installato, entra in mare, avvia la sperimentazione. Produce dati, richiede manutenzione, diventa un oggetto fisico. La macchina sviluppata da GICA, invece, continua a vivere soprattutto negli atti: proroghe, nuovi accordi, estensioni progettuali.
La natura del progetto GICA, del resto, è diversa fin dall’origine.
Nel 2019 la Regione Sardegna finanzia quella tecnologia esplicitamente come ricerca e sperimentazione, non come opera industriale né come infrastruttura energetica. Le prove sono condotte prevalentemente in laboratorio, in condizioni simulate. I risultati vengono definiti “promettenti”, ma sempre all’interno di un perimetro sperimentale.
Nessun atto parla di funzionamento industriale. Nessun atto certifica che la tecnologia sia pronta.
Anche il ruolo dell’Università di Cagliari resta confinato a un supporto scientifico: modellazione teorica, simulazioni numeriche, analisi dei risultati. Non è previsto alcun collaudo tecnico-funzionale. L’Università non certifica l’idoneità industriale della macchina, né si assume responsabilità sul suo funzionamento in esercizio reale.
Questo punto non cambierà mai.
Eppure, con l’ingresso del partenariato portuale e del PNRR, la tecnologia GICA viene progressivamente assunta come matura per definizione. Quando il progetto Millepiedi entra ufficialmente nel programma Green Ports, la macchina viene descritta come “prima applicazione industriale di una soluzione innovativa”. Il costo complessivo supera i 3,8 milioni di euro.
La dimensione economica del progetto aumenta significativamente, da sperimentazione regionale a infrastruttura finanziata con fondi europei.
Ma negli atti precedenti non emerge alcuna certificazione indipendente che attesti il passaggio dalla ricerca all’uso industriale. Non c’è un collaudo, non c’è una valutazione di maturità tecnologica, non c’è un confronto competitivo con soluzioni alternative, nemmeno con Waves4Water, che nel frattempo è stato installato e avviato in mare.
Anche la valutazione finale avviene senza competenze specialistiche dirette sulla tecnologia oggetto dell’investimento. Nessuno è chiamato formalmente a dire se la macchina sia davvero pronta.
Alla fine, il quadro è nitido.
La tecnologia GICA cresce per accumulazione di partenariati, atti e programmi, non per una verifica conclusiva.
Il PNRR non certifica la maturità tecnologica: la presuppone.
E la domanda che resta non è polemica, ma strutturale:
quando una sperimentazione entra in un partenariato PNRR, chi certifica davvero che sia pronta a diventare opera pubblica?
