Università e scienza a supporto delle decisioni
Quando un progetto tecnologico cresce e diventa più complesso, entra in scena un nuovo attore: la scienza.
Università, enti di ricerca, protocolli di collaborazione. Nei documenti ufficiali il loro ruolo è studiare, analizzare e supportare le attività sperimentali.
Anche nel percorso che porterà al progetto Millepiedi compaiono progressivamente questi soggetti.
Il punto, però, non è soltanto la presenza delle istituzioni scientifiche, ma capire quando entrano in gioco e quale funzione svolgono realmente.
Università e scienza a supporto delle decisioni
Quando il progetto comincia a complicarsi, entra in campo la scienza.
Università, enti di ricerca, protocolli di collaborazione: nei documenti il loro ruolo è centrale. Servono a studiare, monitorare, validare. A garantire che ciò che si sta facendo non sia solo legittimo dal punto di vista amministrativo, ma anche fondato sul piano tecnico-scientifico.
Sulla carta, tutto torna.
Il Parco attiva collaborazioni con l’Università di Cagliari, con l’ENEA e con l’Università di Sassari. Gli accordi parlano di modellazione numerica, analisi del moto ondoso, supporto alla sperimentazione, valutazioni ambientali. Un lessico solido, rassicurante, autorevole.
Il problema è quando queste collaborazioni vengono attivate. E soprattutto a cosa servono, nei fatti.
Nel dicembre 2020 il Parco firma un accordo con il Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Chimica e dei Materiali dell’Università di Cagliari per supportare le attività sperimentali di una macchina sviluppata da GICA. Nei documenti si legge che la collaborazione è necessaria perché il Parco ha già attivato un rapporto con la società (7).
Ma a quella data, l’affidamento a GICA non è ancora stato formalmente disposto (8).
La collaborazione scientifica risulta avviata prima dell’adozione formale dell’atto di affidamento. Il supporto tecnico precede la decisione ufficiale.
Come se alcune scelte fossero già state delineate.
Non è un episodio isolato.
I pagamenti alle Università partono mentre i progetti sono ancora in fase di definizione. In alcuni casi i saldi (12) vengono liquidati prima che i report finali siano consegnati (13). Un report scientifico, fondamentale per valutare l’efficacia delle attività svolte, arriva addirittura più di un anno dopo il pagamento completo.
Formalmente tutto è giustificato. Sostanzialmente, la sequenza si ribalta: prima si paga, poi si documenta.
Nel frattempo, i confini tra i progetti si fanno sempre più sfumati.
Le collaborazioni scientifiche vengono richiamate indifferentemente per Waves4Water, per il progetto GICA, per iniziative successive. Gli atti parlano di “messa a disposizione delle competenze maturate”, di continuità tra le esperienze, di trasferimento di risultati.
Ma dagli atti disponibili non emerge una documentazione sistematica dei risultati delle attività scientifiche:
- quali studi siano stati effettivamente prodotti;
- a quale progetto afferiscano;
- quali risultati concreti abbiano generato.
Nel 2022 entra in scena anche l’Università di Sassari, con un protocollo d’intesa non oneroso. Anche qui, le parole sono ambiziose: transizione ecologica, decarbonizzazione, produzione di energia dal mare. Ma il protocollo non produce obblighi, né risultati verificabili. È una cornice, non un contenuto (14).
A questo punto il quadro è chiaro.
Le collaborazioni scientifiche non sembrano guidare le scelte progettuali. Arrivano dopo, o accanto, per accompagnarle. Non decidono la rotta, ma la rendono più presentabile.
E il confronto con Waves4Water è inevitabile.
Nel progetto che arriva davvero in mare, la scienza è uno strumento di verifica.
Negli altri percorsi, diventa soprattutto una copertura tecnica: un linguaggio autorevole che giustifica cambi di scala, spostamenti di obiettivi, incrementi di spesa.
Alla fine resta una domanda semplice, che nei documenti non trova risposta:
le Università servono a capire se un progetto funziona, o a dimostrare che era giusto farlo comunque?
