Mentre il progetto Waves4Water segue il proprio percorso sperimentale, negli atti amministrativi del Parco comincia a comparire una seconda tecnologia.
È in questo passaggio che entra in scena GICA – Gestioni Idrauliche, Chimiche e Ambientali Srl.
All’inizio si tratta di un intervento di dimensioni molto ridotte, finanziato come attività di sperimentazione.
Eppure proprio da questa seconda traiettoria prenderà forma il percorso che porterà al progetto Millepiedi e al suo ingresso nel programma PNRR.
La macchina che arriva prima del progetto
GICA, il partenariato portuale e il salto mai certificato verso il PNRR
Quando entra in scena GICA, il finanziamento di 200.000 euro per l’implementazione del progetto Waves4Water cambia direzione.
Alla fine del 2020, mentre Waves4Water è ancora formalmente in corso, tra gare annullate e riassegnazioni, il Parco avvia una nuova procedura. Non una gara pubblica, ma un affidamento diretto per la realizzazione di un’ulteriore macchina destinata a produrre energia dal moto ondoso. L’importo è contenuto: poco più di 72 mila euro. Il ribasso è simbolico: lo 0,15 per cento.
La società scelta è GICA – Gestioni Idrauliche, Chimiche e Ambientali Srl. Una realtà dai fatturati modesti, dichiarati per anni attorno ai 27 mila euro annui, che porta però con sé un elemento decisivo: un brevetto europeo per una macchina capace di sfruttare l’energia delle onde (6).
È quel brevetto a diventare il perno dell’intera operazione.
Pochi giorni dopo l’affidamento, il Parco attiva una collaborazione scientifica con l’Università di Cagliari (7). Nei documenti ufficiali si legge che l’accordo serve a supportare le attività sperimentali svolte da GICA. Ma c’è un dettaglio che pesa: alla data di firma dell’accordo universitario, l’affidamento alla società non risulta ancora formalmente adottato (8).
In pratica, l’Università viene chiamata a collaborare su una macchina che, dal punto di vista amministrativo, non esiste ancora.
È un dettaglio tecnico, ma rivela molto del clima in cui si muove il progetto: la sequenza degli atti amministrativi appare successiva ad alcune scelte progettuali già delineate. Il cronoprogramma è ambizioso. Due mesi per la progettazione esecutiva, sei mesi per la costruzione e i test in laboratorio, altri quattro mesi per la sperimentazione in mare. In poco più di un anno, la macchina dovrebbe essere pronta, collaudata e funzionante.
Ma quando GICA trasmette il documento chiamato “Relazione e Progetto Esecutivo”, il contenuto è sorprendentemente scarno. Non ci sono disegni di dettaglio, computi metrici, specifiche costruttive. Il testo si limita a dichiarare che la macchina sarà conforme a quanto descritto nella domanda di brevetto (9).
Un brevetto, però, non è un progetto esecutivo. Serve a tutelare un’idea, non a costruire un impianto.
Nonostante questo, i pagamenti partono. Prima un’anticipazione del 30 per cento, poi un ulteriore 50 per cento. Nel frattempo viene autorizzata anche la sperimentazione in situ, individuando come sede il porto industriale di Porto Torres (10). Un contesto completamente diverso da quello del Parco naturale per cui il progetto era nato.
È qui che avviene il passaggio decisivo.
La sperimentazione non resta confinata a un test tecnico, ma viene progressivamente incardinata in un partenariato istituzionale con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna. Il porto non è più solo il luogo della prova: diventa l’orizzonte finale del progetto.
È in questo passaggio che entra in gioco il programma Green Ports, finanziato dal PNRR (11 e 11a).
Il progetto GICA viene progressivamente ricollocato all’interno della strategia nazionale di decarbonizzazione dei porti. Non più un esperimento per alimentare strutture isolate del Parco, ma una tecnologia potenzialmente replicabile in ambito portuale, funzionale agli obiettivi del PNRR: transizione energetica, riduzione delle emissioni, innovazione infrastrutturale.
La scala cambia radicalmente. Dai 70–80 mila euro iniziali si passa a milioni. Da una sperimentazione leggera a un impianto strutturalmente integrato in una diga foranea. Dal Parco come destinatario finale a un partenariato pubblico–istituzionale con il sistema portuale.
Nel frattempo, Waves4Water segue un’altra traiettoria. Viene installato, entra in mare, avvia la sperimentazione. Produce dati, richiede manutenzione, diventa un oggetto fisico. La macchina sviluppata da GICA, invece, continua a vivere soprattutto negli atti: proroghe, nuovi accordi, estensioni progettuali.
La natura del progetto GICA, del resto, è diversa fin dall’origine.
Nel 2019 la Regione Sardegna finanzia quella tecnologia esplicitamente come ricerca e sperimentazione, non come opera industriale né come infrastruttura energetica. Le prove sono condotte prevalentemente in laboratorio, in condizioni simulate. I risultati vengono definiti “promettenti”, ma sempre all’interno di un perimetro sperimentale.
Nessun atto parla di funzionamento industriale. Nessun atto certifica che la tecnologia sia pronta.
Anche il ruolo dell’Università di Cagliari resta confinato a un supporto scientifico: modellazione teorica, simulazioni numeriche, analisi dei risultati. Non è previsto alcun collaudo tecnico-funzionale. L’Università non certifica l’idoneità industriale della macchina, né si assume responsabilità sul suo funzionamento in esercizio reale.
Questo punto non cambierà mai.
Eppure, con l’ingresso del partenariato portuale e del PNRR, la tecnologia GICA viene progressivamente assunta come matura per definizione. Quando il progetto Millepiedi entra ufficialmente nel programma Green Ports, la macchina viene descritta come “prima applicazione industriale di una soluzione innovativa”. Il costo complessivo supera i 3,8 milioni di euro.
La dimensione economica del progetto aumenta significativamente, da sperimentazione regionale a infrastruttura finanziata con fondi europei.
Ma negli atti precedenti non emerge alcuna certificazione indipendente che attesti il passaggio dalla ricerca all’uso industriale. Non c’è un collaudo, non c’è una valutazione di maturità tecnologica, non c’è un confronto competitivo con soluzioni alternative, nemmeno con Waves4Water, che nel frattempo è stato installato e avviato in mare.
Anche la valutazione finale avviene senza competenze specialistiche dirette sulla tecnologia oggetto dell’investimento. Nessuno è chiamato formalmente a dire se la macchina sia davvero pronta.
Alla fine, il quadro è nitido.
La tecnologia GICA cresce per accumulazione di partenariati, atti e programmi, non per una verifica conclusiva. Il PNRR non certifica la maturità tecnologica: la presuppone.
E la domanda che resta non è polemica, ma strutturale:
quando una sperimentazione entra in un partenariato PNRR, chi certifica davvero che sia pronta a diventare opera pubblica?
Nel luglio 2023, al largo della costa di Porto Conte, viene installato un dispositivo capace di produrre energia dal moto ondoso.
È l’apparato WEPA, sviluppato dalla società Waves for Energy, spin-off del Politecnico di Torino.
L’impianto nasce all’interno del progetto Waves4Water, una sperimentazione energetica promossa dal Parco per alimentare con energia rinnovabile le strutture isolate dell’area protetta.
È da questa esperienza concreta che comincia il percorso che porterà, negli anni successivi, alla vicenda del progetto Millepiedi.
Waves4Water, il progetto che arriva in mare
Il progetto Waves4Water nasce con l’obiettivo di usare il moto ondoso per produrre energia elettrica e, grazie a quella stessa energia, dissalare l’acqua di mare.
Un progetto pensato per il Parco di Porto Conte: strutture isolate, punti informativi lontani dalla rete elettrica e aziende agricole che operano all’interno dell’area protetta.
Il nome è Waves4Water.
Il finanziamento è chiaro: poco meno di 500 mila euro, approvati dalla Regione Sardegna nell’ambito di un bando dedicato all’innovazione nella pubblica amministrazione. L’obiettivo non è industriale, non è portuale, non è su larga scala. È sperimentale, locale, circoscritto.
Ma questo non è l’unico finanziamento. Con delibera regionale 6/40 del 5 febbraio 2019, al Parco vengono assegnati ulteriori 200.000 euro come supporto per l’implementazione del progetto(1).
Il percorso di Waves4Water, però, non è lineare.
La prima gara va deserta. La seconda si chiude, poi viene rimessa in discussione. Commissioni, ricorsi, pareri legali. Il progetto resta sospeso mentre il tempo passa.
Alla fine, dopo l’esclusione del primo aggiudicatario per incompatibilità, l’appalto viene affidato a Wave for Energy, società collegata all’ambito di ricerca del Politecnico di Torino.
Qui succede qualcosa di rilevante: nonostante gli inciampi procedurali (2), Waves4Water resta ancorato alla sua funzione originaria. Non cambia destinatario, non cambia luogo, non cambia scala.
Il progetto resta coerente con l’obiettivo per cui era nato.
Nel 2022 arriva il via libera definitivo. Viene approvato lo studio preliminare ambientale, vengono scanditi gli stati di avanzamento lavori, partono i pagamenti legati a progettazione, realizzazione, test e sperimentazione in campo.
E poi, finalmente, il progetto esce dalle carte.
Nel luglio 2023 il Parco annuncia l’installazione dell’apparato WEPA, il dispositivo sviluppato da Wave for Energy. La macchina viene posata in mare e avviata alla sperimentazione.
La notizia finisce sui siti istituzionali e sui giornali locali (3)PDF. C’è anche un’ordinanza della Guardia Costiera che interdice la navigazione attorno all’impianto: un segnale inequivocabile che qualcosa, lì fuori, esiste davvero (4).
Non è un rendering. Non è una promessa. È una struttura fisica, installata, monitorata.
Da quel momento, Waves4Water diventa l’unico progetto di produzione di energia dal moto ondoso del Parco per cui esistono evidenze concrete di messa in opera e avvio delle attività sperimentali.
Eppure, mentre questo accade, il progetto scompare progressivamente dal centro della scena.
Negli atti successivi Waves4Water continua a esistere: manutenzioni, supporto tecnico, liquidazioni, monitoraggi. Ma non è più il perno narrativo. Attorno a lui si sviluppano nuove iniziative (5), nuovi accordi, nuove prospettive, spesso molto più ambiziose dal punto di vista finanziario.
Il paradosso è tutto qui.
Il progetto che funziona, che arriva in mare, che rispetta — pur tra molte difficoltà — l’idea originaria del Parco, resta confinato a una dimensione sperimentale.
Quello che invece cambia scala, linguaggio e destinatari è un altro percorso, che nasce in parallelo e cresce negli anni fino a valere milioni.
Per capire come e perché questo accade, bisogna guardare a ciò che succede dopo.
E soprattutto, a chi entra in gioco quando il progetto smette di essere solo del Parco.
In continuità con Waves4Water: Politecnico di Torino e ISWEC Adriatico.
ISWEC Adriatico (a), un dispositivo per la produzione di energia elettrica dal moto ondoso sviluppato dal Politecnico di Torino. Dopo un inquadramento della risorsa ondosa nel Mediterraneo, basato su studi scientifici (Sannino e Carillo, 2013), viene evidenziato il potenziale energetico lungo la costa occidentale della Sardegna, con mappe di profondità, potenza media annua e produzione stimata.
ISWEC (Inertial Sea Wave Energy Converter) è un sistema galleggiante multi-direzionale che converte il moto ondoso in energia tramite un meccanismo inerziale interno, con tutte le parti in movimento protette dall’ambiente marino. Il dispositivo ha una massa di 65 tonnellate, dimensioni di 10 × 5 × 3 metri e una potenza installata di 52 kW.
Tra i principali punti di forza vengono indicati il basso impatto ambientale, l’assenza di emissioni di gas serra, l’impatto paesaggistico trascurabile e la protezione dei componenti meccanici dal contatto diretto con l’acqua. Il documento si configura come una presentazione tecnico–scientifica orientata a descrivere potenziale energetico, caratteristiche costruttive e vantaggi ambientali del sistema.
Con la Delibera n. 76 del 7 dicembre 2022 (b) il Consiglio direttivo del Parco approva, quale atto di indirizzo, la proposta di collaborazione avanzata dal Politecnico di Torino in materia di produzione di energia dal moto ondoso. L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività già avviate dall’Ente Parco sui temi della sostenibilità ambientale e dell’energia rinnovabile marina, tra cui il progetto Waves4Water e ulteriori programmi di ricerca finanziati dalla Regione Sardegna e da Sardegna Ricerche.
La collaborazione proposta rientra in una linea progettuale legata a un’infrastruttura di innovazione finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), con capofila l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e il Politecnico di Torino come partner. Il progetto prevede un finanziamento di circa 2 milioni di euro, integrabile con investimenti privati, e contempla la realizzazione di un laboratorio in mare mediante installazione di un prototipo per la produzione di energia dalle onde, nonché il ripristino di uno spazio a terra destinato ad attività di ricerca. Con la delibera, il Consiglio Direttivo riconosce la coerenza dell’iniziativa con le finalità istituzionali dell’Ente, conferisce mandato alla Direzione generale per gli atti conseguenti e dispone la pubblicazione e l’immediata esecutività del provvedimento.
Il progetto Millepiedi nasce nel contesto delle iniziative legate alla transizione energetica e alla produzione di energia rinnovabile dal mare.
L’intervento è promosso dal Parco Naturale Regionale di Porto Conte, che assume il ruolo di soggetto attuatore nelle procedure amministrative legate alla realizzazione dell’impianto.
Nel corso degli anni il progetto viene progressivamente inserito nel programma PNRR – Green Ports, destinato alla decarbonizzazione delle infrastrutture portuali e allo sviluppo di tecnologie energetiche innovative.
Si tratta di un intervento complesso, che coinvolge soggetti pubblici, enti di ricerca e operatori privati.
Ricostruire il percorso che ha portato alla nascita e allo sviluppo del progetto Millepiedi significa quindi analizzare non solo una tecnologia o un singolo intervento infrastrutturale, ma il modo in cui innovazione, politiche pubbliche e responsabilità amministrative si intrecciano nella gestione delle risorse del PNRR.
Da qui nasce questa ricostruzione.
Parliamo quindi di un intervento pubblico sostenuto da fondi europei e collocato in un quadro strategico nazionale. Progetti di questa natura, per dimensione economica e rilievo istituzionale, richiedono chiarezza sugli obiettivi, sui percorsi amministrativi e sui risultati attesi.
La pubblicazione avrà cadenza bisettimanale. Non per ragioni editoriali, ma per ricostruire con ordine un percorso progettuale complesso, distinguendo le diverse fasi amministrative e tecniche che lo compongono.
Il progetto Millepiedi si colloca all’interno di una rete articolata di soggetti pubblici, enti di ricerca e operatori privati.
Tra questi:
enti pubblici
università e centri di ricerca
società private
figure tecniche e amministrative coinvolte nei procedimenti
Ricostruire il ruolo di ciascun attore è parte essenziale di questo lavoro.
Il quadro normativo
Il contesto istituzionale di riferimento è quello delle aree naturali protette, disciplinato dalla Legge 6 dicembre 1991 n. 394.
La legge individua tra le finalità fondamentali:
la conservazione degli habitat naturali
la tutela degli equilibri ecologici
la salvaguardia del paesaggio
la promozione di attività compatibili con questi obiettivi.
Sono questi i parametri entro cui si colloca l’azione degli enti gestori delle aree protette.
Nel caso del progetto Millepiedi, però, dagli atti disponibili emerge un elemento che merita attenzione.
L’intervento è localizzato presso la diga foranea del porto industriale di Porto Torres, quindi al di fuori del territorio del Parco e non direttamente destinato alle strutture dell’area protetta.
Questo dato non implica automaticamente una valutazione di illegittimità. E non esprime un giudizio sull’innovazione tecnologica in sé.
Ma pone una domanda di coerenza.
Qual è la relazione tra:
mandato istituzionale dell’ente
impiego di risorse pubbliche
benefici ambientali effettivamente riferibili al territorio tutelato?
Quando le risorse sono pubbliche — e provengono dal PNRR — questa relazione diventa un parametro essenziale di buona amministrazione.
Due percorsi che si incontrano
Per comprendere il progetto Millepiedi bisogna guardare a ciò che accade negli anni precedenti.
Negli atti amministrativi emergono infatti due traiettorie progettuali.
La prima è il progetto Waves4Water, nato come sperimentazione locale e arrivato fino all’installazione in mare.
La seconda è il percorso tecnologico sviluppato attorno alla tecnologia GICA, inizialmente sostenuto come attività di ricerca e successivamente ricollocato in un’infrastruttura di scala molto più ampia.
È dall’incontro — e dalla progressiva sovrapposizione — di questi due percorsi che prende forma il progetto Millepiedi.
Il nodo centrale non riguarda l’innovazione tecnologica in sé.
Riguarda il metodo con cui l’innovazione pubblica passa dalla sperimentazione alla realizzazione di opere finanziate con fondi europei.
Come leggere questa serie
Questa è la prima parte di una ricostruzione più ampia.
Nei prossimi articoli verranno analizzati:
il progetto Waves4Water
l’ingresso della tecnologia GICA
il ruolo delle università
la posizione del Parco di Porto Conte
il sistema dei controlli PNRR
la qualificazione dell’appalto
le questioni di coerenza istituzionale emerse dagli atti.
Solo alla fine dell’intero percorso sarà possibile valutare il quadro complessivo.
Un invito alla lettura
Questo lavoro non formula giudizi anticipati né attribuisce responsabilità personali.
Si limita a ricostruire, sulla base degli atti disponibili, un percorso amministrativo e tecnico che ha coinvolto:
il Parco Naturale Regionale di Porto Conte
l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna
la Regione Sardegna
il Comune di Alghero
le Università di Cagliari e Sassari
ENEA
soggetti privati e strutture tecniche coinvolte nei procedimenti.
L’obiettivo è portare all’attenzione soprattutto un metodo.
Quando l’innovazione pubblica accelera — e quando sono in gioco risorse europee — la distribuzione delle responsabilità, la chiarezza dei ruoli e l’adeguatezza dei controlli diventano elementi decisivi.
Il caso Millepiedi può quindi essere letto non solo come una vicenda locale, ma come un esempio delle tensioni che possono emergere quando l’innovazione procede più rapidamente delle strutture chiamate a governarla.
Per comprendere davvero il percorso che porta al progetto Millepiedi, però, bisogna tornare indietro di qualche anno.
Prima del PNRR, prima delle strategie portuali e dei finanziamenti milionari, il Parco di Porto Conte aveva già avviato una sperimentazione energetica legata al mare.
Il confronto con Asinara e Molentargius mostra modelli diversi di gestione delle aree protette.
La legge quadro sulle aree protette del 1991 stabilisce un principio molto semplice: i parchi naturali nascono per proteggere la natura. La conservazione degli ecosistemi e della biodiversità deve essere la loro funzione principale.
Tutte le altre attività – turismo, valorizzazione del territorio, iniziative economiche – possono esistere, ma devono restare compatibili con questo obiettivo.
Il confronto tra tre realtà sarde aiuta a capire quanto questo equilibrio sia delicato: il Parco Nazionale dell’Asinara, il Parco di Molentargius-Saline e il Parco di Porto Conte.
L’Asinara rappresenta probabilmente il modello più vicino allo spirito originario della legge del 1991. Il parco mantiene una struttura autonoma e una missione chiaramente centrata sulla conservazione degli ecosistemi. Il turismo è presente ma fortemente regolato.
Molentargius è un caso diverso. Inserito in un contesto urbano complesso, ha sviluppato una forte identità legata alla tutela delle zone umide e alla gestione di un ecosistema fragile nel cuore dell’area metropolitana di Cagliari.
Porto Conte, invece, rappresenta un modello ancora diverso. Il parco è sempre più coinvolto nelle dinamiche territoriali e nei progetti di valorizzazione del territorio in chiave turistica. In questo contesto l’ente svolge anche un ruolo operativo nelle politiche locali di sviluppo sostenibile.
Questa evoluzione non è necessariamente negativa. I parchi possono contribuire allo sviluppo di economie locali sostenibili e alla diffusione della cultura ambientale.
Il rischio emerge quando questo equilibrio si modifica.
Quando la sostenibilità economica dell’ente dipende sempre più dalla capacità di attrarre finanziamenti, sviluppare servizi o promuovere attività turistiche, la natura rischia di diventare una risorsa economica funzionale alla gestione del parco.
Il confronto con Asinara e Molentargius rende evidente una questione di identità. In quei parchi la tutela ambientale rimane il criterio principale che orienta le scelte di gestione.
Nel caso di Porto Conte, invece, la crescente integrazione con le politiche territoriali rischia di modificare progressivamente questo equilibrio.
Il problema non riguarda la legittimità delle singole iniziative, ma la direzione complessiva della gestione del parco.
La legge del 1991 aveva un obiettivo preciso: garantire che le aree protette fossero prima di tutto strumenti di conservazione della natura.
Oggi la sfida è evitare che diventino soltanto un altro strumento di sviluppo territoriale.
Il Parco di Porto Conte tra tutela e gestione economica: una lettura critica del bilancio previsionale 2026-2028
Bilancio del Parco di Porto Conte: conti in equilibrio ma risorse limitate per la tutela
Nel precedente articolo abbiamo analizzato il bilancio previsionale 2026–2028 del Parco di Porto Conte, evidenziando come l’equilibrio finanziario dell’ente dipenda in parte da progetti finanziati e attività di valorizzazione del territorio.
A partire da questi dati contabili emerge però una questione più ampia, che riguarda non solo i conti dell’ente ma il modello stesso di gestione dell’area protetta.
Dopo una prima lettura del bilancio previsionale 2026–2028 del Parco di Porto Conte, emerge una questione più ampia che riguarda non solo i conti dell’ente, ma il modello stesso di gestione dell’area protetta. Dietro i numeri del bilancio si intravede infatti un equilibrio delicato tra due esigenze difficili da conciliare: la tutela della natura e la sostenibilità economica della gestione. Per comprendere il significato di questo bilancio è utile partire dal quadro normativo di riferimento.
La Legge 6 dicembre 1991 n. 394 stabilisce che la finalità primaria dei parchi naturali è la conservazione degli ecosistemi, della biodiversità e del paesaggio. Tutte le altre attività — dalla fruizione turistica allo sviluppo economico locale — devono essere compatibili e subordinate a questo obiettivo.
Alla luce di questo principio, la lettura dei documenti di programmazione del Parco di Porto Conte solleva alcune domande che riguardano non solo la gestione amministrativa dell’ente, ma il modello stesso di area protetta che si sta costruendo nel territorio.
Il primo elemento che emerge è l’assenza del principale strumento di pianificazione previsto dalla normativa: il Piano del Parco. Dopo molti anni dalla sua istituzione, il Parco di Porto Conte non dispone ancora di questo strumento fondamentale, che dovrebbe definire con chiarezza le regole di tutela, i limiti alla fruizione e gli indirizzi per la gestione del territorio. Gli stessi documenti dell’ente riconoscono che questa mancanza rende più difficile l’azione di tutela ambientale e il riconoscimento delle prerogative del Parco da parte degli altri soggetti pubblici e privati che operano nel territorio.
In assenza di un Piano del Parco, le scelte strategiche sul futuro dell’area protetta finiscono inevitabilmente per emergere attraverso altri strumenti: il piano delle attività, i progetti finanziati e soprattutto il bilancio.
Ed è proprio leggendo il bilancio che appare con chiarezza una seconda questione centrale: la fragilità dell’equilibrio economico della gestione ordinaria. Il Piano delle attività evidenzia infatti l’esistenza di uno squilibrio ormai strutturale tra le spese di gestione del Parco e le entrate ordinarie disponibili. I contributi pubblici erogati dalla Regione Sardegna e dal Ministero dell’Ambiente non sono più sufficienti a coprire i costi della gestione del Parco e dell’Area Marina Protetta. Per mantenere l’equilibrio del bilancio l’ente deve quindi ricorrere a entrate derivanti dalla fruizione del territorio, alla partecipazione a progetti finanziati e a contributi straordinari temporanei.
Questo dato economico non è neutro. Quando un ente pubblico deve cercare risorse per garantire la propria sostenibilità finanziaria, le sue priorità inevitabilmente cambiano. Nel caso del Parco di Porto Conte ciò si traduce in una crescente attenzione verso le attività capaci di generare entrate: attrattori culturali, servizi per i visitatori, gestione di infrastrutture e valorizzazione turistica del territorio.
Negli ultimi anni il Parco ha infatti sviluppato un sistema articolato di iniziative rivolte alla fruizione: l’Ecomuseo, i percorsi museali e multimediali, la valorizzazione della Grotta Verde, nuovi servizi di mobilità e parcheggi nelle aree più frequentate del promontorio di Capo Caccia, oltre alla prospettiva di nuove strutture e servizi nell’Area Marina Protetta. Tutte attività che contribuiscono ad aumentare la presenza di visitatori e le entrate dell’ente.
La fruizione sostenibile non è di per sé un problema. I parchi naturali devono essere luoghi aperti alla comunità e ai visitatori. Tuttavia quando la sostenibilità economica di un’area protetta dipende in misura crescente dalla capacità di attrarre visitatori, si crea inevitabilmente una tensione tra due obiettivi: la conservazione degli ecosistemi e la valorizzazione economica del territorio.
Questa tensione diventa ancora più evidente se si osserva la gestione del personale. Nonostante il quadro finanziario venga descritto come fragile e incerto, nel corso del 2025 sono stati espletati concorsi pubblici per l’assunzione di sette nuove unità all’interno della struttura del Parco. Gli stessi documenti precisano che queste assunzioni sono state inizialmente attivate con contratti a tempo determinato e part-time proprio a causa delle incertezze sulla sostenibilità economica nel lungo periodo.
La domanda che emerge è inevitabile: se il bilancio del Parco soffre di uno squilibrio strutturale tra entrate e spese, perché si procede comunque ad ampliare la pianta organica dell’ente? La spiegazione implicita nei documenti è che il rafforzamento del personale dovrebbe consentire di sviluppare nuovi servizi e generare ulteriori entrate. Ma questo significa che la crescita della struttura amministrativa dell’ente è strettamente legata all’espansione delle attività economiche e di fruizione.
Un ulteriore elemento che merita attenzione riguarda il ruolo dei progetti finanziati. Nel bilancio compare, tra gli altri, il progetto PNRR denominato “Millepiedi”, realizzato in collaborazione con l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna e finanziato per circa 2.000.000 di euro.
Si tratta di un intervento inserito nel quadro dei finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ma nei documenti di programmazione non appare chiaro quale beneficio concreto esso possa portare alla tutela degli ecosistemi del Parco o alla gestione dell’area protetta.
Il caso di questo progetto evidenzia la crescente centralità dei finanziamenti legati a programmi nazionali ed europei. La capacità di intercettare fondi è senza dubbio un elemento positivo, ma esiste anche il rischio che la partecipazione ai bandi diventi un obiettivo in sé, indipendentemente dall’utilità reale dei progetti per la conservazione della natura.
In questo scenario può emergere una sorta di “economia dei progetti”, nella quale le attività amministrative e la gestione dei finanziamenti assumono un peso crescente rispetto alle politiche di tutela ambientale.
Nel complesso il bilancio previsionale 2026-2028 restituisce quindi l’immagine di un Parco dinamico e capace di attrarre risorse, ma allo stesso tempo alle prese con un problema strutturale di sostenibilità economica. Per far fronte a questa situazione l’ente sembra orientarsi sempre più verso un modello di gestione che punta sulla fruizione del territorio, sulla valorizzazione turistica e sulla partecipazione a programmi finanziati.
È una scelta comprensibile dal punto di vista amministrativo, ma che solleva una questione di fondo: quale deve essere il ruolo di un’area protetta?
Un parco naturale non dovrebbe essere costretto a finanziare la tutela della natura attraverso la sua stessa valorizzazione economica. La conservazione della biodiversità rappresenta un interesse pubblico e dovrebbe essere garantita da finanziamenti stabili e adeguati.
Se questo non accade, il rischio è che le aree protette si trasformino progressivamente in sistemi di gestione del turismo naturalistico, nei quali la natura diventa una risorsa economica necessaria a sostenere l’equilibrio finanziario dell’ente.
È una prospettiva che merita una riflessione pubblica, perché riguarda non solo la gestione del Parco di Porto Conte ma il significato stesso delle aree protette nel nostro Paese.
La questione che emerge non riguarda solo il Parco di Porto Conte, ma il significato stesso delle aree protette nel nostro Paese. Per comprenderlo meglio è utile confrontare questa esperienza con quella di altri parchi della Sardegna, come l’Asinara e Molentargius, che rappresentano modelli diversi di gestione delle aree naturali protette.
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